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Impressioni 23 marzo 2015 · lettura 8 min · 1173 letture

Ode alla Notte

Massimiliano Zaino 1199 poesie pubblicate
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I. Oh candida e notturna e oscura quiete, cranio perenne d’una Notte informe, ahi quanto ne divori queste mete!... E quanto questi boschi, e a’ terra l’orme degl’incubi fuggenti, e un’alma viola nel petalo racchiusa che sen dorme; e tanto mi tormenti e in ragna e in spola, folli desiri d’un mesto Poëta che spasmando si lagna e si consòla! Morti gli onori, si crolla la pièta, e nel petto mi mesci insan dolore, né i’ so più qual ne sia l’ambita meta. Notte perenne, eternamente in core, e la Luna che splende è un scialbo fiore! II. Vanamente s’attende ‘l ciel dell’alba, l’argento delle nubi al Sol che torna, rosea la luce che s’agita scialba. Non v’è che questa Notte, ombrosa e adorna di spettri vagolanti a un fonte cupo, e mai ‘la si finisce e si raggiorna. Tristo n’appare un eterno dirupo, un bàratro di tomba, e un sepolcrale canto di nenia, un lamento d’un lupo; e cotesto pensar che schiude l’ale a’ miei sensi irrequieti e a’ folle lagna, flebilmente si grida e qui m’assale. Oh Notte, oh Spettro, ve’, quel che mi bagna, un pianto di paüra alla campagna! III. Le Valchirie de’i nembi, intanto, or negro condensano l’empìro, e co’ fulgori - d’empi destrieri - l’orizzonte allegro; donde le Norne ne grondan furori, le ragne della Vita e della Morte, degl’invitti guerrieri i sacri allori. Oh Notte! Or queste mani all’Orco assorte, guarda: che tàglian i fatal capei che adducono ‘l Sole a’ oscure porte!... Odi! Un murmure eterno, ‘l vol d’augei, strige che canta un mortal pentimento che se non fosse muto i’ ben udrei. Allora pur del vespro al lenimento, in te, o tenebra, accresce lo spavento. IV. Frattanto alle foreste un truce corno delle cacce n’annunzia ‘l fin protervo, e ‘l lugubre sonàr s’espande intorno. Sanguina al legno l’aggrappato cervo, e ‘l cànide falchetto al ciel guaïsce, e al rostro insanguinato or scende un nervo, e un galoppante Mostro si nitrisce e in tra l’ombre dilegua, e al bosco rude, vittima insana che lenta vagisce. Sono le chiome delle cerve ignude, i gemiti de’i morti, e augei sanguigni che ‘l cacciator di ricompensa illude. Ma tu, oh Notte che ‘l senti, a che mai frigni?... Bèviti ‘l Fato degli ultimi cigni! V. Eternamente allora e in ansie e a stento nelle tenebre i’ n’erro, e vagabondo al mio labbro i’ ne suggo ‘l freddo vento. Allor i miei sentieri i’ ben ne pondo, bendato dalle Furie e gli Elementi, cielo che mugge e che tòna iracondo. Illusioni ne fûr i Sentimenti, sogni le ragne tessuti dal Fato, perenni lamentanze e patimenti; né tenèr una tede or qui m’è dato, l’ardor d’una lucerna al passo incerto, né posse i’ n’ho tuttor, né Vita e fiato. Forse i’ raccolgo lo strazio che merto, lo scettro delle lagne, e d’ansie ‘l serto! VI. Così nel tenebror delle foreste, e all’inchiostro del ciel i’ affranto poso, e lampeggiar ne veggo le Tempeste. Queste ne sono lontane e all’ombroso e tremulo ghiacciar d’un erto monte, un cui picco si tòna ed è impetuoso; e la pece a squarciar dell’orizzonte dinnante al guardo mio sen vanno, e all’ime valli e a’ ruscelli, e alla riviera e a un fonte. Ma vano è questo lume, e queste cime, e le folgori orrende e svelte e mute, e ‘l Temporal che s’agita sublime; e i’ le speni tuttor n’ho più perdute, e un nugolo ‘l terror nel cor m’incute. VII. Crepuscolo perenne! E muor l’aurora nel letto delle tenebre e de’i salci, e nel sepolcro muto allor s’infiora. Fumo di spettri nel lagnar dell’alci, oh Notte, tu ne se’ eterna e infinita, vòmere infame, e ne’i campi le falci!... E allora ne berrai cotesta Vita, e le pulsanti vene, e ‘l labbro e ‘l volto che inquietamente i’ volgo in via smarrita?... Dunque godrai di cotesto raccolto che giovine e perduto si dispera, e cui Amore e la requie e tutto è tolto?... Oh Notte antica e rea di Primavera, sii meco più melliflua e men altèra! VIII. E quanto la tua Luna agli arboscelli fiocamente splendendo a me impaurisce, al canto de’i funerei e negri augelli! Esta nel cielo sen sta e tetra agisce in su’i boschi affannosi e all’alte vette, ma pur più d’un momento si svanisce. Cupa in tra’i nembi ne scaglia saëtte di latte che infocato indarno cola, gote di marmo, l’impronte neglette. Così nell’aër che tremulo vola una tomba ‘la appar e un’urna in rame, e ‘l lume suo oramai n’è trista fola. Non è che in tra’ le nubi un cupo ossame, altro che un spettro che vaga al fogliame. IX. Ma frattanto ‘l silenzio ovunque inghiotte le nenie delle nottole, e i rapaci, e le ripe selvagge e queste grotte. Incognite le posse e i ciel fugaci soffiano muti pe’i torrenti altèri, ove perennemente, o Notte, giaci. Invisibili spettri or pe’i sentieri si distendono, e in loro tu ne gridi, urla feroci d’insani guerrieri. Eppur e sempre calmi questi lidi sono, e ne veggo la Luna fanciulla che timida si splende a’ vaghi nidi. Ma tuttora ne temo, e a una betulla una Furia m’assale: ‘l fiero Nulla. X. Oh Notte, ‘l tramontar del Sole hai scorto, un roseo tintinnio di nembi e d’alta vetta d’un monte che brillava assorto. Ma or pur me ne contempli a questa malta notturna e a questi boschi, e all’imbrunire della Vita che trema; onde m’assalta l’orrida spira del tuo aspro avvenire, l’irrequieto mistèr del cielo occulto, e ‘l flebile sopor che vôl dormire. Pertanto in te i’ mi giacio, e co’ un singulto l’ultime e dolci speni al ciel emetto, spir d’un Poëta che si lagna inulto. Allor i’ poserò d’in sul tuo letto, oh Notte, oh strige, oh arcano, oh bruno aspetto! XI. Or nel sonno i’ n’ascolto ‘l lupo ansante, la muta zampa al suolo, e l’orma greve, e la voce del grillo tintinnante. Odo le doglie dell’erba che lieve al vento le sue polvi ne trascina, e quel che sona un bronzo d’una pieve. Allora a un sogno ‘l sonno mi destina, incubo estremo d’un vibrante core, e l’aura istessa e in cielo m’è ferina. Sempre paüra e sempre più dolore, inquietudine amara, e tetra e folle; e così i’ ne trascorro e in ansie l’ore. Oh Notte che ne gridi in fin a un colle! Spettro che sorge da tremende zolle! XII. Ma verrà almeno l’alba? Questa che i’ nego?... Paüra fu soltanto, e stordimenti?... Ciel! Che mi desti e sia alba; ‘l vò, e ‘l prego! Tra le cune sen vanno i freddi venti, della Luna uno stral di pio rubino, e forse ‘l giorno viene, e i lumi lenti. Notte che taci e che esalti ‘l Destino, allora ti rischiari e lentamente allumini di Sole e ‘l cardo e ‘l pino. Oh Notte che ne muori e che dormiente a svanir qui t’appresti, oh Notte, addio, Notte che tanto m’hai fatto soffrente!... Alfine ne sorride ‘l core mio; ecco! n’appare ‘l giorno: ha vinto Iddio!
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L'autore
Massimiliano Zaino

Saluti a tutti i lettori e a tutte le lettrici. Sono nato nell'agosto del 1988. Già dai primi anni di scuola ho sviluppato una vocazione per le materie umanistiche... vocazione questa che è impetuosamente esplosa nell'ultimo anno della Terza Media e nel primo anno di Ginnasio del Liceo Classico. Appassionato di Stori

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