Lettere morte di prigione
Entravo e sempre ritornavo
nel buio, dietro il sipario
mentre fuori erano ancora tenebre
rigate da un cielo di sbarre.
Rubavo e ancora rubavo
gigli dal tuo cuore e quattro denari,
quattro pezzi d'argento
miseri come chi semina vento.
Uccidevo a ancora morivo
vagabondi e cimiteri ai margini,
la disperazione tua e dei nessuno
impiccata a rami d'albero bruno.
Scrivevo e ancor ti riscrivevo
lettere senza casa e alfabeto,
lemmi incatenati di sentimento
dove moriva - solo - il mio pentimento.
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Commenti (1)
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Diana Blancato26 marzo 2015
La poesia riproduce una difficile situazione autobiografica e una desolata condizione interiore è apprezzabile per la spontaneità e l'autenticità dei sentimenti, continua a scrivere versi, la poesia è punto di riferimento ideale e spirituale per l'uomo, ne trarrai sollievo!
