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Impressioni 29 aprile 2015 · lettura 7 min · 1003 letture

Vento degli ultimi Giorni d'Aprile

Massimiliano Zaino 1199 poesie pubblicate
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Freddo l’aprile gli estremi suoi giorni alitando trascorre un tristo vento. Ulula ‘l sasso degli antichi forni, e ‘l sibilo s’infuria e passa lento. Le foglie strappa alle betulle e agli orni, e ‘l bosco ne costringe a un torneamento, ‘ve i germogli di Vita or sono adorni, un viver che si langue e ch’è sgomento. E l’aura geme un infuriar di corni, canti di caccia che vanno al tormento! I’ qui l’intendo; e fors’anch’ei m’ispira un canto e dolce e mesto, e allor ne premo l’aride corde d’un’agile lira. I’ non m’accorgo, ma sonando i’ tremo, come un uom che d’un Dio ne gusta l’ira, e flebilmente or spasimando i’ gemo. Quel che mi dice or la Musa - che gira quivi d’intorno - ascoltandola i’ temo. L’aprìl si muore, e l’alito del vento gelido le selve preme e i fonti, e i rivi e gli orni, e si mormora a’ pascoli de’i capri indocili, e solletica i monti di nevi adorni. Inghiottîr gli ansi nugoli nel cielo cerulo i dolci raj del Sole, la Primavera, e oscuro giace al termine de’i lungi valichi un campo delle viole, la fredda sera; e lamenta l’allodola, piangon le nottole, e ‘l cieco pipistrello al nido resta, gli artigli in sopra ‘l platano, l’orecchia dondola, e l’onda del ruscello geme in Tempesta. Schiudete, oh Furie, ‘l funebre albergo all’Ecate, e seppellite ‘l volto de’i primi fiori!... E voi, tessete, oh Eumenidi, selvagge Näiadi, un fil della Vita, e tolto sia in sugli orrori!... Infatti or qui Prosèrpina all’Ade giàcesi, co’ un ciel primaverile ingannò i molli sorrisi delle roveri, de’i falchi in brividi, pelle selve ‘l gentile raggiar de’i colli. Forse fuvvi un’ignobile orrenda e calida trista, crudel menzogna la Primavera. Forse ne fu un inganno l’urlar del marzo al talamo de’i gelsi splendidi, e fu un sogno che morse scagliando affanno. Ecco, Poëta, sièditi, qui, sopra ‘l spasimo, e riflettiamo insieme di questa Vita, quando ne bevi un flebile sorso che scàldasi al braccio d’una speme invàn ghermita, quando n’ascolti ‘l sibilo del vento orribile, le frasche de’i piangenti salci e de’i pruni, quando l’aure s’infuriano e ti feriscono, nel tremor de’i tuoi denti, tra’i nembi bruni, come un brivido incognito al labbro stridulo che non sa più che dire in tanto duolo, come le piogge cadono perenni in timidi furori, e come l’ire dell’usignuolo. Non è una frode ‘l nobile maggio che giùngesi, l’aprile ch’è passato, marzo, ‘l perduto, le rose che si sbocciano, i ciel che splendono, un tramonto dorato, canto di liuto, quest’albe che si sorgono svelte, in un attimo, un sereno mattino, meriggio mite?... Sì, son frodi che vengono, tetre ti stringono, questo sarà ‘l Destino, le vie romite. Deî saperlo: al crepuscolo de’i sogni un incubo eternamente estolle, un Mostro come un irridente Dèmone, un’Amadriäde, un Orco altèro e folle, e senza un nome, come ‘l vento terribile che intendi in gemiti, Furia impazzita e tersa dall’aspre piogge, un negro lupo ch’ulula a’ cupi frassini, e bevi! ché ti versa fango di rogge!... Ascolta tosto! Un murmure grida da’i turbini del ciclone che duole, forse ti chiama, ti stringe ne’ suoi vortici, un scialbo cenere ch’è l’ossame del Sole; la Luna, dama nel meriggio risplèndesi in sul vestibolo de’i tuoi cantati ostelli, e scaglia ‘l vento che inghiotte nelle tènebre i boschi debili, un cantico d’augelli che sta in tormento, e riede ‘l biasimevole verno, caligine di germaniche brume, stuoli di Villi, una neve invisibile che qui discèndesi, grigia di Morte e lume pe’i mesti grilli, e questo ghiaccio gràcida a un stagno tremulo le rane compatite, assiderati gl’iris, volti selvatici, le ninfee, e l’àlighe, e s’ode eterna lite tra biechi Fati. Oh Poëta, oh gran misero, sappi che a’ fulmini di quest’aura confusa Òssian lagnava la Sorte rea de’i ràpsodi, i miserabili sòni di cornamusa ei pizzicava, che alle Norne e alle formide Valchirie piàngeasi, e agli Dei dell’Irlanda, e a’ monti scoti, che ivi l’arpa sonàvane agli Avi e a’ Spiriti, e delle querce a’ ghianda, e a’ salci immoti... Sappilo! Perché a un ràpsodo è Sorte immobile essere qui ingannato dal Sol, da’i fiori, dalle stelle che brillano, da codest’arido maggio che sconsolato miete i tuoi umori. Vuoi esser Poëta? Intèndilo: scegliesti ‘l lugubre viver d’un infelice, di chi s’inganna, d’un uom che pelle nugole del cielo sordido, ne soffre e maledice, ama e s’affanna. Gli Dei a te riversarono i gaudi e i spasimi, le coscienze e gli arcani, le speni antiche, e l’angosce dell’Anime, strazi dell’indoli e de’i Popoli umani le doglie aprìche. Scegliesti una via orribile, inesorabile, d’esto vento ‘l sentiero, queste sue grotte. Ti fuggiranno gli uomini, ti maledicono; e tal via ha un nome fiero: perenne Notte! Ma per coteste motte, sappi Poëta che ‘l formido vento anch’esso ha un nome: ne fia ‘l Sentimento! Ma ognor mi fuggiranno, i gaudi, i’ temo, e questo Fato d’intorno mi gira. Mi fuggiràn le donne, e i fiori, e i’ gemo qual se i’ fossi un umàn che coglie un’ira, e sospirando or pel Fato ne tremo. Febbrile mi si trilla l’ansia lira, e un canto di doglianza a questa premo; ma altro che duol la Musa non m’ispira. Ahi quanto nelle vene i’ n’ho tormento, più che vittima al sono d’aspri corni! Così quivi i’ mi giacio, e son sgomento, e di strazio i miei Fati or sono adorni. Nel frattempo m’uccide ‘l torneamento dell’aura che ne piega i cardi e gli orni. Il meriggio trascorre ombroso e lento, e un sibilo si grida a’ vecchi forni. Questo è l’orrendo soffiare del vento, freddo l’aprile gli estremi suoi giorni!
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L'autore
Massimiliano Zaino

Saluti a tutti i lettori e a tutte le lettrici. Sono nato nell'agosto del 1988. Già dai primi anni di scuola ho sviluppato una vocazione per le materie umanistiche... vocazione questa che è impetuosamente esplosa nell'ultimo anno della Terza Media e nel primo anno di Ginnasio del Liceo Classico. Appassionato di Stori

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