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Impressioni 4 maggio 2015 · lettura 5 min · 987 letture

Ode a un Lupo di Montagna

Massimiliano Zaino 1199 poesie pubblicate
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Culla ‘l baglior d’un Temporale un fiore, e ‘l petalo ne terge, e ‘l montanaro vespro si pinge d’insano dolore. Qui la pioggia si gronda, e ‘n suso ‘l raro cardo la felce ne scioglie un lamento, e ‘l valico s’estolle e oscuro e amaro. Le arcane Furie vanno, e urlando ‘l vento le frasche e le foreste altèro spoglia, un’ombra orrenda di crudel tormento. Geme di strazio un’incognita foglia, e la quercia si trema, e ‘l suol s’inonda, e l’orizzonte si rosseggia in doglia. Ahi quanto ‘n cielo la folgore bionda quivi si mostra, un’Anima iraconda! Urlano or l’Alpi a un fatal maëstrale, la pietra che si lagna ‘n muto grido, la lenta Morte che dischiude l’ale. D’in su un ghiaccio un torrente avanza infìdo, e de’i fulgòri l’ombra all’onde ei flette, qual ne trema al tonàr un terreo nido. Eppur, frattanto, alle scoscese vette un’eco si diffonde a un tòno altèro, un insolito trillo a’ rocce grette. Non è cotesto ‘l corno che a un sentiero queto ne stringe ‘l cacciator errante, né ‘l tetro rostro d’un folle sparviero. E che fia se non questo?... Un spasimante manto di lupo, uno Spettro, un viandante! Ulula ‘l guardo famelico e avverso, d’in su’ un calle si piagne e duolsi in fame, e lento s’avvicina a un sasso asperso. Un nembo ‘l copre, e ‘l contièn un fogliame, e la pioggia ne avvince ‘l cupo vello, l’occhio si splende di sangue e di rame. In tra’ la Furia iniqua un fosco augello n’ode ei cantar un invito alla Morte che si distende alle valli e a un ruscello. Le pupille ne volge a’ monti, e assorte stanno le membra nell’acre Tempesta, e un nome oscuro n’hanno; e quest’è Sorte. Allor la zampa mòve, ed è funesta, e la montagna or si divien più mesta. Negro ei n’invoca le Norne del Fato, e lento si cammina, e l’aër sbrana, e truce ‘l fere col tetro ululato; e a un valico procede, e all’aspra e arcana saëtta che si grida irride l’ossa, la fredda cuna che si mostra vana. La vittima - una lepre - ormai è commossa, e più non può fuggir dal suo Destino, dente feroce, l’incrollabile possa. Così ‘l lupo l’addenta e presso un pino terribilmente e inferocito ‘l scuote sicché ne avrìa paüra anco un mastino. Splendon di sangue e di fiele le gote, le membra trucidate or sono immote. Frattanto in ciel si placa ‘l Temporale, e l’alpin orizzonte un po’ rischiara, ché ormai si regna la Notte immortale. La Luna si risplende e torva e amara piagne l’argento alle fauci del lupo, ‘ve dell’ossame estremo v’è una bara. L’assassin nel frattempo va a un dirupo e agli Spiriti alpestri un canto schiude, e ululando s’immerge a un nembo cupo. Grida ansimando qual rapsodo rude, e domina furioso i sassi e l’ime selve e le cune che di spene illude. Orrido sire ei s’estolle alle cime, come un Titàno che sfida ‘l Sublime. Gemito bieco costui ne guaïsce, come un corvo ‘n su’ un cranio che si muore, e ‘l tristo pianto meschin non finisce. Fors’ei ne intende una lagna nel core, indefinito strazio all’osso ucciso, pella vittima un greve e vil dolore. Piagne la Furia che v’era al suo viso, e flebile prosegue in tanto assillo, ché un giovin fior ei purtroppo ha reciso. Allora l’ululato or quale un squillo intenerisce or le montagne aprìche, e ‘n tra l’erbe bagnate un queto grillo. Gemon col lupo le pietre più antiche, e delle felci le bacche e le spiche. Oh tu... tu miserabile e infelice, lupo cui la Natura or fu meschina, quanto l’istinto, ahimè, ti maledice!... Senso se’ tu, un inesorabil dente che l’innocente preme, e non se’ ‘l Male, donde co’ un morso ‘l tuo core si pente. Esser vorresti fors’anche un fatale Orco che in petto non ha che una pietra, e un Mostro orrendo che dovunque assale. Ma in tanta sofferenza e al cielo e all’etra ergi uno spasmo d’arcan dispiacere, e la tua fame nel dolor penètra. Sbrani le coppe d’eterno dolère, e sempre vane or son le tue preghiere! Che ti resta alle cime? Una tristezza cieca che specchia l’ardor della Luna, e ‘l ventre che l’ossame ‘n fiel ne svezza. Orsù, animale, or nella Notte bruna va’ alla tua quercia, e consòla i figliuoli, cui ‘l Fato istesso n’ha iscritto la runa. Ma almen conforto sieno gli usignuoli, e ‘l canto de’i ghiacciai, e i valichi eterni, e degli arditi falchi i prischi voli. La foglia attende i tuoi sospir superni, negro l’istinto nel sonno si seda, e ‘l sogno ne sotterra gli ansi ischerni. Oh tu misero, oh tu che pria che ceda la Sorte se’, qui e predator e preda!
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L'autore
Massimiliano Zaino

Saluti a tutti i lettori e a tutte le lettrici. Sono nato nell'agosto del 1988. Già dai primi anni di scuola ho sviluppato una vocazione per le materie umanistiche... vocazione questa che è impetuosamente esplosa nell'ultimo anno della Terza Media e nel primo anno di Ginnasio del Liceo Classico. Appassionato di Stori

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