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Introspezione 8 maggio 2015 · lettura 4 min · 1042 letture

Introspezione effimera

Massimiliano Zaino 1199 poesie pubblicate
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Arduo è asserir d’un giovine Poëta; l’epoca strazia le giovinezze, l’attese vaghe, gli Ideäli morirono, e a terra caddero, onde non odon brezze le giovin piaghe. L’Amore è un incubo, requie è un mistero, i desidèri non si folleggiano, e ‘l cielo è nero, tetri i sentieri. Il Tempo inesorabile urlando in spasimo m’ha forse ucciso ‘l core, l’ha pugnalato nel vano e incauto attendere del mio desìdero, nell’incubo dell’Amore, nel far del Fato. Sognavo esistere a un Sole tinto di spene estrema, si consumavano i tempi, e avvinto fui a un anatèma. Anni inqueti passarono, e i sogni - soliti ad avverarsi e all’uomo e al visionario - indarno meco vennero, e poscia furono, ombre d’un cieco atòmo, d’un reliquario, ossame pavido, nell’urna ignuda, cenere muto nel fosco loculo, la Sorte cruda, un truce liuto, spettri che tetri vagano ghermendo l’anime, tombe viventi al Sole, disonorate, serpi che nel mio spirito corrodon l’alito d’Iddio, ‘l stel delle viole, le singhiozzate onde del piagnere, acque del duolo, rivi feroci che rincorrendosi spiccano ‘l volo, martiri in croci, stille, l’Ondine - lagrime - del pianto reduce della pioggia d’aprile, d’una vecchïaia che nella culla irròrasi, lenta e flemmatica, senescenza infantile che strilla e abbäia. Secolo vindice, orbe fatale, volgo a uno specchio e l’ombre s’ergono d’un immortale giovine vecchio. Tempi infelici ambivano cullarmi gl’incubi, nel Caos eterno affissi l’occhio tremante, in un venir di brividi, d’affanni apatici, e mestamente i’ vissi, sonno sognante. Amavo l’attimo del sognar lieto, ma odiavo intanto la Vita insolita, e gaudio e inquieto ero in tal manto. Qui i’ trascorrevo gli attimi nel vano lèggere lambendo l’avvenire di molli aurore, lumi che più non sorsero nell’acre tènebra, e fu eterno ‘l soffrire, vivo ‘l dolore. Vane le Lettere, vano ‘l Pensiero, indarno ‘l gelso volto di femmina, un cimitero, sepolcro eccelso. Gli orizzonti si chiusero, mi seppellirono le cure e l’ansie e i pianti, speni irrisolte che secrete scorrèvansi in freddi tremiti, e sudate e ne’i canti di Morte avvolte. Cantavo all’Ecate, e al scialbo giorno, e vanamente lambivo incognito viso d’intorno, donna pallente. I Tempi mi rapirono quel ch’è l’effimero sogno, e i ridenti giorni, l’aprile, e ‘l maggio, e i concitati palpiti, donde qui m’agito, secco qual ramo d’orni, debil foraggio. I tempi vennero della vendemmia, caddi alle falci di tanti secoli, della bestemmia, le cetre ai salci Non mi resta che ‘l rapido e inarrestabile tramonto della Vita, e della spene. Poëta vano, e giovine, smarrito ràpsodo. Una fiamma assopita è ‘l sangue in vene! Cupo son, lugubre arido e mesto, sono uno spettro tremulo e apatico d’un re funesto, d’un vano scettro. Non mi resta che vivere siccòme un platano alle Furie del vento, Erinni in fiore. Non posso che trascòrrermi serrando l’Anima, e senza Sentimento, e senza un core. Son tregua ignobile voce d’un Nume, di gioventù, Iddio che sclàmasi in spento lume: «Son Quei che fu!». Non questo è ‘l mondo nobile, nugolo flebile pe’i giovini Poëti, la Poësia. Orbe di vecchi scheletri, morbi spasmodici, son prosciugati i greti, e corre via Vita medesima, la Creäzione è decaduta. Domina Sàtana! La mia canzone muore perduta!
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L'autore
Massimiliano Zaino

Saluti a tutti i lettori e a tutte le lettrici. Sono nato nell'agosto del 1988. Già dai primi anni di scuola ho sviluppato una vocazione per le materie umanistiche... vocazione questa che è impetuosamente esplosa nell'ultimo anno della Terza Media e nel primo anno di Ginnasio del Liceo Classico. Appassionato di Stori

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Commenti (1)

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Antonella178 maggio 2015

Non mi resta che vivere... un grido ed un lamento che ben sintetizza questa lirica stilata con grandissima eleganza e musicalità. Grande talento