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Spirituali 28 maggio 2015 · lettura 5 min · 1119 letture

XXX Maggio - Ode alla Vergine di Rouen, ovvero La Passione di Giovanna d'Arco

Massimiliano Zaino 1199 poesie pubblicate
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Era bella, era giovane e bionda e candida, falba come la veste rozza e discinta, come le bianche nuvole verso il crepuscolo, ed era alle funeste catene avvinta, era una donna povera, fu miserabile, e andava trascinata da empi demòni, come nell’onde i turbini scorrono l’àlighe, ed era addolorata cogli occhi proni; e ammirava la cerula pelle, l’estatico e tetro mezzogiorno, e l’orizzonte che ardeva in mezzo ai palpiti d’un nembo pallido, del quieto Sole adorno alto su un monte, ed era un volto debole, occhio di femmina che la bestemmia urlava infame strega, che l’empia piazza immobile ergeva in tremiti, che in furia le imputava l’empia congrega. Lunghi i capei scendevano al collo tremulo, e tremavan le mani le braccia ignude, dove la veste lacera scopriva i gomiti contristati d’arcani, le doglie crude, e stava il labbro in spasimo, contorto in brividi presso i morsi agitati della paüra, lungo i ferri terribili del legno, il Dèmone, si compivano i Fati della Natura, e il volto pron, spasmodico cadeva al cumulo del legno, la catasta su cui era un piolo, sul qual gridò il patibolo del fuoco spastico, ed ella e pura e casta piangeva al suolo. Aveva in cuor incogniti pensier, rammarico, sogni privi d’un volto di giovinezza, ricordi incerti e anonimi che si fuggivano dal tormento disciolto, ignea la brezza, martìr secreti indocili, segreto spasimo, e barcollava bianca tra l’alabarde che al cielo minacciavano furie diaboliche, e si fremeva stanca lungo le barde, ed ella era l’eretica, sprezzo eucaristico, era la visionaria eresiärca, occhio d’insani Dèmoni che ne inquietavano le terre e i boschi e l’aria, e il Patriärca, era la donna in fregola, bruta caligine, che in vero amava il Cristo, e ch’era santa, era la giovin vittima d’un truce vescovo: Sàtana è giunto, è visto, il Verbo incanta. Ella saliva al talamo del fuoco angelico, e lo sguardo perduto - casto piacere - porgeva ai sgherri orribili, e i polsi incolumi, e i piè, e il costato muto a un vil dolère, chiudeva i tristi pollici al legno timido, le vene perforate dal vento fiero, e sanguinò invisibile tralci di turbini, caviglie raggelate a un spino altèro, come facea lo Spirito che in furie all’incubo scorgeva denudato sopra due travi che lente sanguinavano presso le Vergini, col sogghigno chinato steso sui schiavi, come quest’Uom davìdico col mento lacero, ed ella alla sua schiena soffriva i tocchi dei legni che sferzavano, incauti fulmini, e sanguinò la vena dei cupi suoi occhi. I popoli gridavano, nella sua porpora mirava l’assassino la piazza in furia, e tradito il Pontefice e l’ecclesiastico dovere, e il suo divino pegno e la curia, faceva omaggi all’anglico paggio satanico, e coglieva il denaro di questa taglia, di questa mesta e misera, di quella femmina che lo rendeva avaro per la battaglia. Allor la dama il ruvido ramo dei platani scalza saliva e mentre venne legata chiedeva invan un simbolo, bramava stringere al condannato ventre Croce dorata: gli sgherri orrendi presero le corde in fremiti, al ceppo il destro piede, dopo il mancino, e i giovin fianchi avvolsero, e li stringevano bestemmiando la fede, inno al Destino, strìnser le forme vergini del petto in ansimo, il collo ignudo al pioppo, le guance rosse, tristi la schiaffeggiarono, e il suo carnefice qui camminando zoppo ruppe dell’osse; ed ella allora l’indole alzava in lagrime, gemeva in cupo pianto, e singhiozzava, e le diceva il Popolo: «Vanne a un prostibolo!», e il cuore l’era infranto, e sibilava. Gli strali la coprivano del Sole insolito, e come un Mostro i fumi del fuoco acceso di strazi l’assalivano, e sospiravano di stelle come i lumi nel ciel sospeso, e le fiamme s’alzavano tra i tetri frassini, e i piedi sofferenti e le caviglie truci solleticavano e si gemevano, e i velami aderenti a queste chiglie di queste sete d’aride ragne infiammabili, bruciarono i polpacci giovin nel grido delle labbra che urlavano al Ciel le suppliche, e in fuochi i catenacci e il rogo infìdo; ed ella ormai frenetica e lamentevole abbassando lo sguardo li perdonava, come spirando a Davide paradisiäco di Lui l’eterno dardo ne seguitava, e ruppe i lacci ai gomiti del fuoco al fulmine, le man in prece univa, e tosto ardeva, i veli si disciolsero, la denudarono, la Morte l’assaliva, e si gemeva... ed ella lagrimàvasi, nel duol patetico, sempre gridava il nome del suo Gesù, e divampava in formide lingue di Spiriti e si scorgeva come ella già fu. Così attristato un parroco a quest’immagine d’empio fuoco e di fiamma porse una Croce, con rigore monastico, egli un ascetico, la pose sul diaframma a brace atroce. Quando i vampar morirono non fu che il cenere; ma tra l’ossa bruciate apparve un cuore: rosso, rubino, e incolume, pegno d’un Angiolo, carni meravigliate. Vinse il Signore!
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L'autore
Massimiliano Zaino

Saluti a tutti i lettori e a tutte le lettrici. Sono nato nell'agosto del 1988. Già dai primi anni di scuola ho sviluppato una vocazione per le materie umanistiche... vocazione questa che è impetuosamente esplosa nell'ultimo anno della Terza Media e nel primo anno di Ginnasio del Liceo Classico. Appassionato di Stori

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Commenti (1)

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Daniela Zarriello29 maggio 2015

Il carattere di questa splendida figura di donna mi ha sempre attirato e questa ode a lei dedicata, così coinvolgente, pervasa di dolcezza ma al contempo forte e determinata, mi è parsa un ottimo lavoro del poeta.