Scendevi, soave, scale di quarzo
Scendevi, soave, scale di quarzo
eburnee chiocciole d'alabastro
dorate, fulgide come il bell'astro
ch'al vespero cielo rosseggia in Marzo.
Sfioravi, leggera, libri di rose
fiori pallidi dalle bianche stole
vellutate e pungenti sulle gole
sboccian'in te come perle preziose.
Osservo, lontano, gli occhi marini
son' specchi celesti, gemme d'azzurro
candide, pallide, timide, rare.
Sculture, ermi crisoelefantini
eburnei, aurei, dolce sussurro
di pietre tu sei ambra crepuscolare.
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Commenti (1)
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Antonio Terracciano2 giugno 2015
Una poesia, a volte, come una donna, ha bisogno di qualche piccolo neo, di qualche quasi inavvertibile dissimmetria per essere ancora più bella. E' il caso di questa poesia d'amore, un sonetto non canonico. Ma quanta grazia, quanta eleganza, quanta finezza! Inizia con un titolo quasi montaliano ("Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale") , per addentrarsi, poi, in tematiche forse più vicine a Mallarmé, con quella ricerca costante di parole rare, di accostamenti non ovvi e di aspirazione all'assoluto. E' un gran bel lavoro.