Vergogna, paura e vanità
WinterWolf
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N’è testimone l’oscuro, bieco corvo,
del peso reo d’un infranto specchio,
il fero sguardo suo, t’ha seguito torvo
e il caleidoscopio non ne inganna l’occhio.
Poco nascondi, truccando ad olio
quel pallore sudaticcio del tuo volto
che d’un pensiero inconsistente è il fio.
Hai quel vecchio tuo spauracchio
che conservi nascosto sotto al letto,
traccia del cigno barattato col pozzo,
dal riflesso sommesso d’un turpe io
che represso, bruscamente hai rigettato
nella muffita e arcana pozza che puzza:
Di sudore freddo rattrappito e vecchio,
d’inchiostro marcio cortesemente finto
e di un vero sfarcito su sfoglia d’abbozzo.
Perché tinto d’airone tu ti pavoneggi?
Hai portata d’un provetto Pavarotti
ed il costo di quell’altro a basso prezzo.
Di te stesso fai foraggi e in morsi saggi,
Remida l’hai trovato negli idolatranti,
tanto ti stimi da valere tale prezzo.
Fenice in meco cor io non trasporto
e il pellicano nemmeno lo comprendo
ma son rimasto fermo dinanzi al corvo,
passando il buio il bianco cigno è giunto.
Con l’eccesso variopinto mi distendo
e con animo d’un servo, Eureka io servo.
Ch’è Dea fiorita
dalla luce del più Sommo
e donna offerta
in gentile sodalizio all Uomo,
in me S’è scavata determinazione
e S’è resa l’ardor mio nel divenire.
Nocchiera della retta decisione.
A Ella debbo d’un pescator la vista,
l’animo in lotta e l’essenza d’artista.
Sicché di conoscenza sete m’ha dato
sarò io il Suo airone, se lo gradisse il fato.
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WinterWolf
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