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Fantasia 27 giugno 2015 · lettura 4 min · 1087 letture

Il Crepuscolo dinnanzi a un Bardo

Massimiliano Zaino 1199 poesie pubblicate
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L’ultimo bardo cantava la nenia delle Valchirie nel cielo adirate, e con l’arpa lagnava empio un Destino di Morte e di Dolore e di Tramonto. Irminsùl, in effetti, andò al Tramonto dei cieli e delle terre; e fu il Destino che dominò le nuvole adirate, dove la pioggia gemeva una nenia; ed era questa una funebre nenia, e le saëtte urlavano adirate. Così giungeva il decreto, e il Destino: «Si copra Mìdgard d’eterno Tramonto!». Allor dovunque lampeggiò il Tramonto, e gli Elementi inghiottiva il Destino. Fu quivi che le Norne il vel vitale della Vita strapparono, e nel vento ombre di crani ondeggiavano cupi. Fu ora che i cieli gridavano cupi, e che freddo e furioso andava il vento, e che nulla si salvò che fu vitale. Pur degli Dei la baldanza vitale adesso sibilava lungo il vento, e monti devastati stavan cupi. Ma al cuor dei nembi terribili e cupi un’ombra si volava in mezzo al vento. E questa in questo vento illuminava gli Elementi cupi, co’ un carro di destrieri e d’orbi lupi. Era una dama coll’usbergo al seno, e l’elmo intemerato al crine biondo, e che un mantello aveva vagabondo, e che ammirava le fiamme del Reno. Giovane parve, e bella, e forte e scialba, e qui segretamente aveva in cuore un desiderio di rivedèr l’alba, e una doglianza perenne d’Amore; e si scagliò nel fuoco redentore, e vendicava le dame del lido di questo fiume, e il perduto Sigfrìdo, e il corpo suo si bruciava sereno. Il suo cenere divenne un veleno, e il Nibelungo ‘l bevé e fremebondo svelto moriva con urlo iracondo, e si placàron le fiamme del Reno. Il Temporale sibilava tanto, e dell’Ondine si sentiva un canto che nel tuonàr della trista saëtta gridò: «Vendetta!». Ma dalle regge infuocate e lontane nel fiume cadde il suo tesoro immane, e tra le Ninfe ciascuna fanciulla trionfò sul Nulla. Il Crepuscolo sparve e l’alba venne, co’ un Sole più mellifluo e più perenne, e sorgevano i cieli e gli Dei e poi stirpi d’Eroi. Finiva il bardo la canzone mesta, e la tribù gli tributava i plausi, e nel frattempo la Notte splendeva, e argentea si mostrava l’ansia Luna. La selva si tingeva della Luna, e del suo argento timida splendeva, dove le frasche le facèvan plausi, sebbèn ne fosse lievemente mesta. Questo fu il canto della Sorte mesta degli Eroi ai quali toccarono i plausi; e questa Poësia lieve splendeva sulle capanne come un’altra Luna. Se ora nel cielo si mostrò la Luna, prima il Tramonto purtroppo splendeva. La Vita è come il giorno e l’orba Notte, e il senso scorre ripetutamente di quel che esiste, e che vive e che duole. Ora v’è il gaudio, e ora il cuore si duole, s’erge il Tramonto, e ripetutamente s’alternano così il giorno e la Notte. L’Amore è il giorno, il Disprezzo è la Notte, cresce il conflitto ripetutamente. Ma al fin si è lieti, oppur sempre si duole? Ahimè! Forse si duole; e questa stirpe ripetutamente di speni e d’allegria si fa demente!
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L'autore
Massimiliano Zaino

Saluti a tutti i lettori e a tutte le lettrici. Sono nato nell'agosto del 1988. Già dai primi anni di scuola ho sviluppato una vocazione per le materie umanistiche... vocazione questa che è impetuosamente esplosa nell'ultimo anno della Terza Media e nel primo anno di Ginnasio del Liceo Classico. Appassionato di Stori

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