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Morte 18 settembre 2015 · lettura 1 min · 1618 letture

Epilogo

Calogero Pettineo 655 poesie pubblicate
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L'Io ne morì in quel tempo smarrito dove il sentire, divenne eco e il temerario vento, sberla che la musica lieta allontanò lasciando afflitta la buona stagione. L'Io ne morì mentre mi sfiorava le dita e strappandomi dal collo la croce voltò lo sguardo lontano dove non v'era, nessun faro in vista lungo il cammino. L'Io ne morì una sera d'estate tra le sinfoniche parole e le stelle, spettatrici brillanti a fare da eco alla croce e alle risate mentre vestivo di nero il cuore.
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Commenti (2)

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Luciano Capaldo18 settembre 2015

Molto complicato parlare della morte in quanto ...non la si conosce. Certamente l'autore parlando dell'Io si riferisce alla struttura psichica e qui il discorso potrebbe molto dilungarsi e trarci in errore. Volendomi soffermare alla soggettività posso solo affermare che con grande maestria ha saputo offrire immagini dell'ultimo saluto che sembrano tangibili, ovvie. Grande poesia. Complimenti.

Rosetta Sacchi18 settembre 2015

La morte riguarda l’Io. Pare che l’autore ne parli con una sorta di distacco, quasi tale accadimento non lo riguardi. Ne parla come l’io fosse altro da se stesso, accompagnandolo lungo il suo tragitto, dove non si scorge alcun faro in lontananza. Ma potrebbe non essere così. Da un’attenta rilettura, la morte dell’Io si ricondurrebbe alla perdita d’una persona molto cara e l’Io, devastato dal dolore, sente che il passare del tempo gli porta via voci, suoni, profumi, parole insieme alla persona cara, indimenticabile. Tutto ciò nella memoria è come un’eco che torna, mentre il cuore ad ogni estate rinnova il suo lutto.