Manicomi
Giorgia Spurio
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Mascara di sudore e piedi
sui muri, sui visi,
sui dottori...
Sui fantasmi che salutano
e ridono con una bambola in braccio.
E il terrore prende forma,
il corpo di una ragazza.
È incinta e perde sangue,
ride e cade, a terra
braccata dalla solitudine,
dall’isteria, dalle convulsioni,
dall’epilessia di chi non vuole memoria,
di chi la memoria allontanata
lo tiene ancora tra le braccia,
soffocato tra le sue mani sottili.
I manicomi come case vuote
dove piangono ancora i malati,
gli abbandonati, i padri,
dove le tempie si coloravano
dal buio al rosso, le tonalità
della muffa sul corridoio,
l’oscurità che ha l’iride
fusa alla pupilla.
Dove elettroshock non era che sinonimo,
era l’unica fuga,
dalla morte, dalla vita,
dagli altri e dai sogni,
era la tortura dei giganti
e di chi non aveva nome
che nessuno.
Denti stretti ai polsi,
urla nei crani degli ampi saloni
bianchi, specchi di sconosciuti volti
rotti, aghi nei respiri
e nella pelle delle siringhe,
nelle vene dei capelli tirati,
tagliati, rasati,
neri sul pavimento
bianco come bianche
erano le scarpe,
i camici e le rughe,
bianche come le calze
che le infermiere indossavano.
Bianchi come i lettini
e le cinte e le corde,
bianchi come l’unghia.
Dove le sbarre, di ferro e di freddo,
separavano il sole dalle foglie,
le finestre dal vento, le parole dalla mente,
gli alberi dai rami, la luna dal suo argento,
le stelle dal cielo, la luce dal bosco impaziente,
le fiabe dalla morte,
e la mano dal mondo.
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Giorgia Spurio
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