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Fiabe 22 novembre 2015 · lettura 12 min · 1330 letture

Das Freyalied - La Canzone di Freya: Melodramma. La Maledizione di Alberico

Massimiliano Zaino 1199 poesie pubblicate
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«Chi di voi tre fors’anche brama un giorno esser mia sposa, e con me la regina, e condividere e regno, e trono e letto, dove la nebbia regna ed è impetuosa? Vieni, oh tu, oh dama, qui, tra le mie braccia, qui... coperta dai baci miei gaudenti!», dice Alberico, il crudèl, cuor impuro le nuche divorando delle Ondine, famelico sentìr d’istinti e sensi, e ripensando ei le forme gentili; e già esse, le Ninfe, pensano a uno scorno, e follemente Erda ora le addestina a vendicarsi del Re orrendo e schietto. Oh Possa infame, tremenda e furiosa! E il Nibelungo in cuor ripete: «A caccia!», e i ghigni suoi si mostrano irridenti, spettro vivente d’un insieme oscuro di tenebre e di notti, e nebbioline, e ignobili sorrisi e sguardi intensi, ombra dell’ombre, egli è il Re dei più vili. «Chi di voi tre fors’anche brama un giorno fònder sue carni con le mie voraci, e godèr nel cielo della Nebbia eterna, essere primigenia d’una schiatta? Oh Ninfe, a che tacete? Non son degno forse dei vostri visi angelicati? O solo temete la mia barba lunga e folta? Anch’io ho il diritto dell’Amore, e ebbro inebriàr il cuor sul vostro cuore; e qui m’aggiro. Non v’è Nibelunga, e non ho spose, io, Re dei disprezzati Gnomi del vespro, di Nebbie il vil Regno; e Re, Re! schiavo son di brama matta: ghermìr la vostra carne, la superna bocca delle onde, oh boccucce di baci!»; e ascoltando le Ninfe in disperata posa, serene fanno una risata. «Oh voi irridete, lische, il Sentimento mio, che in ira si muta e vi percuote! Qui, qui nell’onde verrò: e già vi afferro, e non potrete sfuggìr ai baci miei, e nude Sirene senza cuor! Oh pietre!»; e sì il Nibelungo urlando e lento, lento quasi s’addentra tra l’acque più immote, e verso le fanciulle va, lo sgherro, bestemmiando il Destino e pur gli Dei, avvolto in spire nebulose e tetre, e nel suo guazzo fùggon impaurite le meste Ninfe, le man sue evitando, polpi ghermenti, e furia animalesca, e scagliandogli fredde onde di sprezzo, mentr’egli grida rabbioso e baldante. Così le Figlie del Reno fluttuante ben più scaltre ne fùggon ogni vezzo, ma ora fuggendo mòstran la donnesca forma che certo il bruto non fa blando, e hanno le guance umiliate e arrossite; donde non svàmpan le brame infinite del Nibelungo più rozzo e nefando. E quegli è terso, e il sacro fiume infesta, impunito dal cielo e dagli abissi, e preme i santi scogli e i suoi cristalli. Preme i fondali con i tristi calli, e sulle sue fuggenti gli occhi ha affissi, e tra quest’acque corre, ombra funesta. E solo il senso sta nella sua testa, e le conchiglie schiaccia e i loro ricci. Ma le fanciulle, andando or con più flemma, e ora arrestando, hanno uno stratagemma. Qui Woglinde s’immerge e chiama il crudo, e lo persuade con voce maliarda: or lo chiama per nome, lui, Alberico, e provocante gli porge le scuse, e vêr di lui distende il suo mancino braccio, e col destro - ahi lui! - se lo accarezza, oh delicatamente! e tante volte, e ora gli mostra le spalle e le ascelle, e tra una sua carezza e un’altra il petto, e cantando e cantando, oh fior soäve, il bruto attira, e ‘l porta a sé dinnante. Allor lo Gnomo verso questo nudo e folle inganno s’inchina. La guarda! Ella ripete: «Alberico! Alberico!», e canta, e canta... sulle cornamuse del fresco vento, un inno che è divino; ed egli non comprende che ‘l disprezza, e a lei avvicina le chiome sue folte, e quasi le solletica la pelle, e... e finalmente ei giace al suo cospetto, e l’ammira... l’ammira, le dice: «Ave!», sogna ingannato d’esserle l’amante. «Alberico! Alberico! Vieni! Oh vieni! E ti darò sul labbro un dolce bacio, come tu sogni nel tuo desiderio; e ti cingerò con queste braccia mie, e tu mi prenderai, e mi porterai nel tuo Regno di Nebbie, e io sarò sposa tua, e per sempre, oh Alberico! Vieni! Oh vieni! Perdona se ti ho offeso! Vedi? Giacio solitaria e piangente, e tu, lì, serio tosto mi scruti. Ah perdona le rie gäie parole! Guarda! Senti! I lai della mia bocca, odorata di rosa!»; e così il Nibelungo ora le crede, e a lei vicino s’avanza contento, e cammina... cammina, e qui procede; e Woglinde gli soffia un dolce vento con le sue labbra di fiori d’aprile, un fumo, esso, un vapore che sul mento del Re brutale si posa gentile; ma ecco che il Fato conosce quel vile! La Ninfa, allora, la barba gli afferra, e tira... e tira, lo scaglia per terra, e poscia un poco lentamente scappa lungi dal folle dalla negra cappa. Ei sta per maledire ed è infuriato, e quasi muove i suoi piedi a vendetta; ma Flosshilde ora emerge, e porge il seno: prende una stilla, una goccia dell’onde che sulle forme va scendendo, e lieta con l’indice fatale l’accompagna, lungo le carni montuose di dama, e accompagnata la goccia nel fiume, veloce immerge la nuca e riemerge ella, divina, e sorride allo Gnomo che tanto ha fame, e non scorge ei altro inganno, follemente perduto e istintivo. Ella, Flosshilde, nuota e sguazza, e il rivo agita - e molto! - e si finge in affanno, e fissa il Mostro, l’Orco, il putrido uomo, e con una goccia ancora il sèn si terge, e il suo occhio azzurro brilla d’un bel lume, bellezza primitiva, e ingenua, e arcana; e sguazzando... sguazzando ancòr si bagna, ‘ve nel suo cuor non v’è grazia né pièta, poscia si aggiusta le trecce sue bionde, e già ai piedi del bruto sta. Ahimè, oh Reno! Ed ella è dolce, soäve e diletta, ed egli ancora si mostra stregato. Flosshilde è giunta, e sul petto si stride, con la man destra, ove palpita il cuore, appena sopra il seno, e alzando il volto dice: «Alberico! Alberico! Ah! Qui bacia dove m’ha punta un’ape con il miele; qui, dove il fuoco si acceso impetuoso per le tue labbra che vogliono amare! E sarò grata per sempre, e verrò a Nibelheim con te, oh Re, io tua regina!». Così Alberico lieto le sorride, e già s’infiamma di funesto ardore, e allor s’immerge e a lei vicino molto al suo bel seno avvicina la faccia, e ancor non sente il profumo del fiele, e sul labbro prepara un tempestoso bacio su quelle pelli che son chiare, e già lo schiocca, egli, il beffardo. Oh no! E Flosshilde si mostra più meschina. Presa dal fiume una rigida perla, prima del bacio, ecco! Gli dà una sberla. E fugge... fugge, lo Gnomo irridendo, il qual sogghigna malvagio e tremendo. Giace Wellgunde su uno scoglio ignuda. Con dei capelli e con quattro legnetti ha appèn plasmata un’arpa leggiadra, che lieve suona amoreggiando all’aria, e l’orizzonte inebria d’un suo canto che verso il Nibelungo accenna un suono forse di grazia e di compatimento, gorgheggi molli, melliflui, donneschi, ditirambi agili e festosi carmi, distici quieti, labbra urlanti, e carni gentilmente danzanti, ed elegie: «Weia! Waga! Waga! Amòr che infame Dio!». Giace Wellgunde su uno scoglio e cruda più delle sue sorelle. Oh i divi aspetti! Di caldi sensi ella - oh sì! - ella la ladra, interamente emersa e solitaria, e col suo ignudo corpo trae d’accanto il Nibelungo, al qual l’ultimo tuono s’appresta; e allegro, allegro... e lento, lento ei lì s’avanza a quei sèn che son freschi, ancora vinto, e senza ira e senza armi, ascoltando le gaudie Poësie, ignorando l’estremo, ultimo fio. Wellgunde è forse la più bella Ondina, fors’anche ancor di più di Lorelei, e qui cantando il labbro a bacio muove, giuocando con il vento e con il Mostro, e il corpo mostra, ella, divinamente. Vanno i suoi versi delicatamente per tutto il Reno, inebriato di mosto. E tu Alberico, ancor, ancor li udrai! Erda frattanto governa e destina! Ecco: Alberico viene e s’avvicina, e intenso ascolta i caldi e urlanti lai. Allo scoglio s’aggrappa, e bacia il ventre di Wellgunde che finge e che l’äiuta ad andàr presso il viso. Oh Gnomo, il nano! Ei le bacia le braccia e poi la mano, e l’arpa prende, scaglia, ed è perduta, e il labbro pone alle labbra sue; e mentre il bacio sta schioccando ella lo morde e nell’onde lo scaglia tra l’ansie orde. E il Nibelungo ora la maledice. Ma ecco del Sole una fiammata altrice! Alberico in sgomento sta in disparte, e va a una riva, e scruta e guarda e attende, dei suoi inganni pensando all’orrida arte. Dall’alto il Sole sul Reno discende, e illumina i fondali ov’è l’argento, e il luccicàr dell’oro il nano apprende. Erda invisibile, Erda, dice al vento che l’onde sposti, il tesoro mostrando, e le ubbidisce allor ogni Elemento. E così ad Alberico, empio, il nefando, del Reno l’oro compare in fulgore, e nessun lo difende con un brando. Del Nibelungo nel lugubre cuore non v’è più la passione ma il furore; ed egli chiede: «Oh Ninfe, dite: or come avèr si può così tanta opulenza, com’io possa ghermirla e lì portarla a Nibelheim, al mio regno di brume!». E le Ninfe, distratte, ed ebbre quasi, dal Destino incantate, oh Erda la belva! gli rispondono insieme: «Oh Nibelungo maledicendo la Possa d’Amore! Colui che avrà il coraggio di tal gesto libero avrà ogni varco a questi argenti, e seminando l’Odio, invitta serpe, ei godrà d’un Potèr che sarà immane, più forte questo d’ogni Dio possente, e il mondo intero, frutto di Erda, avrà. Oh Nibelungo, non la maledire!». Ma egli Alberico alle commosse chiome delle fanciulle inebriate e in demenza, furiosamente va, e va... va a invocarla - la Possa santa - e senza senno e acume, e verso gli ori dai suoi sguardi invasi, e ivi chiamando a testimòn la selva: e ogni suo fiore, e ogni salce, e ogni fungo, ecco, egli maledice, ahimè, l’Amore. Le Ninfe si ridestano e hanno mesto lo sguardo ora impietrito, e intorno i venti con lor combattono e le vìncon. Serpe oh Erda, oh Erda sei! e le Ninfe son lontane, e lo Gnomo s’avventa irriverente sull’oro che gli spetta. Ahi, oh eredità! E scansano le Ondine ei va a frinire. Flosshilde, ahimè, Woglinde e poi Wellgunde veloci accorrono e contro il crudo vanamente combàtton. E ombre in nebbie d’Anime morte dei re Nibelunghi accorrono al servizio d’Alberico, lasciati i lor sepolcri, e rùban l’oro. Flosshilde, ahimè, Woglinde e poi Wellgunde fuggire scòrgon con i suoi, lui, il crudo, verso il dominio della Notte in nebbia, nell’antro fosco dove i Nibelunghi i servitori sono d’Alberico, piangono, e piangono insieme e qui in coro; e cercano di urlare ai loro Dei, pallide in volto, scomposti i capei. L’empio ha rubato il sacro oro del Reno. Ahi qual s’appresta del Fato il veleno!
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L'autore
Massimiliano Zaino

Saluti a tutti i lettori e a tutte le lettrici. Sono nato nell'agosto del 1988. Già dai primi anni di scuola ho sviluppato una vocazione per le materie umanistiche... vocazione questa che è impetuosamente esplosa nell'ultimo anno della Terza Media e nel primo anno di Ginnasio del Liceo Classico. Appassionato di Stori

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