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Fiabe 30 novembre 2015 · lettura 6 min · 1519 letture

Das Freyalied - La Canzone di Freya: Preludio poetico. L'Idillio delle Vette

Massimiliano Zaino 1199 poesie pubblicate
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E Freya e l’Elfo sen vanno verso il Regno dei monti degli Dei e delle lor Dee, dove grida la lancia dei superni patti di Wotan, e di Fricka il pianto sui folli ardori dell’infedèl sposo. E vanno... e vanno per sentièr ombroso, timidi e muti, l’un l’altra d’accanto, e i valichi ne salgono - quei eterni - tra i lieti boschi e i stagni di ninfee, l’Elfo compiendo il meritato pegno. E nessùn conosce dell’indegno Alberico le gesta oscure e ree, e vèggonsi dei scorsi e antichi inverni d’intorno i ghiacci, e gli imi e tenui colli; e tra le nebbie e le nubi dei monti l’ombra s’ammira del Reno divino, donde le Ninfe lamèntano invano. E quest’ombreggiàr or sen va più lontano, e svanisce tra il faggio, e il sterpo e il pino. E a Freya e all’Elfo si schiùdon gli orizzonti delle montagne primigenie e molli. Sempre silenti e con i passi folli costòr pàssano or gli antri e i lignei ponti. Così d’intorno non hanno che cime lievemente innevate e maëstose, e ora salgono... e salgono più in alto. Sulla vetta più immensa sta lo spalto degli Dei fatto di grotte e d’ombrose pietre; ed è il Regno divino e sublime. E scòrrono i rivi e i torrenti sull’ime vallate e sulle foreste rocciose. Così Freya ammira le montagne, e muta l’Elfo seguendo coi passi procede senza fatica sulla pietra, e scruta l’alpìn sentiero che dinnante ei incede, roccia selvaggia che è ancestrale e cruda. D’in su’ un dì solo ell’è nata e vissuta, e allor meravigliata intorno vede, e i monti apprezza, mentre l’Elfo sputa - affaticato or dal vino e dal piede - selvaggiamente sulla terra ignuda. E Freya contempla i castagni e gli ontani, e i faggi e i canti dei lor uccelletti, e nei boschi gli alberghi dei buon Nani, i divi Gnomi sotto i salci freddi. Ed è questo il loro bosco: i bassi aspetti le fanno inchini e dìcono d’arcani, e poi si còpron sotto i loro tetti, le foglie antiche dei ramoscèl secchi. E Freya ancòr sale... e sale e giunse al passo dell’Alpe dove si geme pel lasso, e qui si schiùdon tremende e funeste delle Valchirie le triste foreste. Sièdon le donne sulle rocce sante, avvolte in manti di pelli e di penne, e sopra i pepli tèngon l’armature, gli usberghi ferrei sul petto e sul seno, e con le destre impugnano e alabarde, e fredde lame e irrisori pugnali, e lungo i crini gli elmi della guerra, e sotto, i volti guerreschi e gentili, e altre bèvono le resine amare delle querce fatàl, delle betulle, e ivi cantano... e cantano alla Morte, Furie soävi del truce Destino. Ed esse sono belle e sono tante, e brìndano coi corni delle renne, e dòminano fiere queste alture, ed esse son protettrici del Reno. Hanno mantelli oscuri, e fulve barde tinte del sangue dei Prodi mortali, e solo un loro sguardo un Eroe atterra. Apprezzano i valenti e non i vili, e allòr salvano i primi dalle bare, terrificanti e furiose fanciulle che agli orizzonti e su’ in ciel son assorte, Figlie di Wotan, possente e divino. Còrron pei boschi e sèllano i destrieri, e vanno... e vanno alla caccia dei cervi, e dei cinghiali, in man gli archi funerei, dove le fonti zampillano quiete, all’ombra dei castagni di montagna, affamate di vittime e di fiele. Saltèllano... e saltèllan pei sentieri, e i desti sensi son qui i loro servi, occhi acquitrini e celesti e cinerei, e fiuto che di sangue ha sempre sete, e labbro che di sangue ognòr si bagna, e... e questo sangue è come ambito miele. Ma pur costoro s’inchìnano a Freya, ed Erda, Erda - oh Erda! - più truce ne abbaia. «Freya, non temère! Presto arriveremo!» l’Elfo sogghigna alla tremante Dea. «Freya, non temère! Presto arriveremo!» ancòr aggiunge ei a quel fior di ninfea; e poscia il bosco di queste Valchirie ulula un lupo che vive di giorno. Uh! Uh! Ella ingenuämente ha un po’ paüra, e d’ogni Valchiria e del ghigno ululante. Ma nel frattempo d’ogni senso è amante: di ciò che mira e sente, e di Natura. Forse va rimembrando il fresco Reno, e le tenzoni con Lorelei, e i canti; ed ecco che qui v’è l’arcobaleno che degli Dei le annunzia e l’antro e i vanti. E l’iri è bella, e ordita d’adamanti, della Notte e del giorno è una lucerna, d’Erda la creätura più superna, d’Erda infame, ingannatrice oscura. Or Freya contempla la vicina altura, delle divine grotte il soglio urlante. Oh quant’è ingenua, e lieta ell’è dinnante, ella, sì, delle Dee la Dea più pura. «Vedi quegli antri che stanno sul monte? Sono le regge dei nostri fratelli. Vedi quegli antri che stanno sul monte? Degli Dei sono i sassi ardenti e belli». E poscia il bosco di queste Valchirie ulula un lupo che vive di giorno. Uh! Uh! E Freya s’appresta a conòscer gli Dei. Erda, Erda, oh tu Erda! Libera i tuoi Rei!
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L'autore
Massimiliano Zaino

Saluti a tutti i lettori e a tutte le lettrici. Sono nato nell'agosto del 1988. Già dai primi anni di scuola ho sviluppato una vocazione per le materie umanistiche... vocazione questa che è impetuosamente esplosa nell'ultimo anno della Terza Media e nel primo anno di Ginnasio del Liceo Classico. Appassionato di Stori

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