La casa del fiume
Giorgia Spurio
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Che mi divori
tra le braccia dei rampicanti
come confusione, come tristezza,
come pianto che non è partorito,
come felicità,
distendersi come fa l’acqua
lungo la golena.
Giganti di foglie e rami
che aprono le mani
oltre i loro mantelli
di secche ispide falangi,
come murali, infestanti,
come saggi dimenticati
nascosti come totem d’alberi
lungo i secoli.
Che le piramidi del fiume
ospitino nel loro cuore,
nello sterno dell’immobilità,
dove per un istante
dorme in dolce trappola
la mutabilità, l’incostante umanità,
dove la stagione cambia il tempo,
lo ferma e lo bracca,
lo ricatta e lo sposa.
Prendano di me il corpo
- nudo –
di veste la neve,
d’abito sottile i ramoscelli
che l’autunno pian piano
lascino e crescano,
che d’estate
dia nettare
dove falene ancora
riposo trovino.
E che i miei occhi,
lì, chiusi,
non saranno che cristalli,
sacri,
alla notte compagni della brina,
e d’inverno, con la neve
lungo le spalle
dei titani alberi,
guardiani,
veglieranno al loro sonno.
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L'autore
Giorgia Spurio
Commenti (1)
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Umberto De Vita30 gennaio 2016
Una natura descritta con dovizia di particolari e elegantemente stilata. Complimenti

