Il rito di non spogliarmi
Giorgia Spurio
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Il rito di spogliarmi.
L’inverno non è più gelido,
ma non perde il suo vizio feroce.
Abbandonato dalla merla,
non è un vedovo,
ma un marito
abbandonato dal biancore
che in un mito lontano
aveva il corvo.
E mi ruba le dita sulle foglie
e le piume accartocciate lungo la schiena,
e i fogli di poesie nascosti nella chiesa
delle confessioni non confessate.
È un altare d’amore,
e si porta dietro,
dentro.
- Amami,
e correrei da te,
e scriverei il tuo nome,
e se potessi camminerei,
e sradicherei le mie radici,
correrei,
oltre le tradizioni,
su questi viali sempre più nudi,
sempre più poveri,
sempre più silenziosi,
che non più piangono,
per me,
per te. –
Albero io,
albero tu,
rigide le braccia,
rigidi i polpastrelli,
e ti accarezzerei,
per quell’amore
di cui gli altri
non ne vogliono sapere.
Questi viali,
con occhi da gufo,
con muto sguardo
con cui la civetta
spia la notte, ruba
con lingua biforcuta
la luna, e invidia,
per sua accidia,
la carezza che ha la luce,
la tenerezza che ha la natura.
- Ha il segreto
di una sepoltura,
chissà se era amore,
forse un dono,
la gentilezza
di un barbagianni. -
Son sempre più spoglie queste vie,
ma non di foglie che agonizzano
come le lettere piene di inchiostro,
come i messaggi bloccati nello smartphone,
spoglie di sentimenti,
spoglie di mortale passione,
spoglie di un cuore.
- Amami,
scheletrica la nuca,
l’alzo con il capo
verso gli stormi,
testimoni e reduci
di un bacio
che non ti ho potuto mai rubare,
di un bacio
che non ho mai potuto
raccontare, felice di raccogliere,
di condividere,
per quale pudore,
se non è che innocenza...
Perché questo è Amore. –
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Giorgia Spurio
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