Il grido muto
Nel silenzio dell’acqua di novembre
che inonda le foglie sui viali,
vedo passare
luoghi e mari, uguali.
Senza più un cavallo scalpitante
che taglia il traguardo delle mie corse,
nel ronzio sommesso
di una folla vacillante
che avanza parlando senza voce,
tra la cenere e il vento,
sono morto!
Nel mese dei melograni la nostalgia è forte.
E l’odore d’incenso tra i marmi infonde
un filo di speranza tra i semprevivi
che si guardano sgomenti a cercare
l’un l’altro in viso, la stessa ombra,
lo stesso fiore reciso,
e una lacrima che non scende.
O forse, ho solo sognato di morire?
E, s’è solo un sogno,
un filo di speranza m’appartiene.
E posso guardare, o spiare, aeree distanze
tra le piante del bosco,
di rami secchi spazzati,
e indovinare il fruscio dei merli
che scavano rose di polvere nera
per stanare i tarli dalle siepi.
Vorrei imparare da te a distinguere
le fasi lunari e prevedere il verso delle maree
che inondano il mio cuore di melograno,
senza più spiagge, per far crescere
le erbe del tuo cuore,
che sono altrove.
Posso indicarti, ancora, il luogo
dove crescono le alghe commestibili
per invitare le tue labbra di corallo
a un nuovo vernissage del mare.
Si, forse ho sognato,
ma nell’uno e nell’altro caso
ho ritrovato le radici del grido muto:
basta uscire una sera per portare fuori il cane
per accorgersi dell'apprensione che rimane,
ma solo per pluto.
©
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