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Fiabe 9 febbraio 2016 · lettura 9 min · 1098 letture

Das Freyalied - La Canzone di Freya: Il Lamento di Lorelei

Massimiliano Zaino 1199 poesie pubblicate
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S’appressa Freya agli Dei e alle Dee e alle Grotte loro, e in cuor suo fors’ella or piange al Reno, e anche se ammira le rocce sublimi, qualche stilla di pianto in viso appare, e mestamente ei scende al peplo e al fianco, ella ignara dei tetri eccessi e oscuri del Re dei Nibelunghi, e delle sue nebbie, Pòpoli infami di Fantasmi, ed ella qui salendo su’ altre pietre presto sarà dinnante al padre Wòtan; ma prima volge a un dirupo scosceso e all’Elfo chiede un attimo di requie tant’ella vuol miràr il paësaggio: le valli e i boschi, e le foreste, e l’ombre del suo adorato fiume, e allor si siede e lietamente contempla d’intorno. Del resto è ancor lontana l’orba Notte, e giù... e giù... là, in convalle, al scialbo seno suo la compagna Lorelei e a quest’imi sassi la cetra appoggia, e a lagrimare va, lamentando con un canto stanco il furto del suo argento, e ai flutti or duri di Fato insano ella chiama le prue a infrangersi dei fulmini, orrendi spasmi di lamentevoli orrori, e per l’etre costoro vanno... e vanno... verso Wòtan, ma invano e tanto, un cantàr cupo e offeso, e un maledìr ad Alberico: l’esequie pe’ un Re che vive in un vecchio miraggio di nebbie furïòse e di penombre. E Lorelei a gridàr ai Ciel non cede, voce rabbiosa d’un deluso giorno. Ma nemmanco l’amica Freya la ascolta, tant’è lontana la celeste Vôlta. «È venuto il crudele, il Nibelungo!» ella lamenta: «Oh Dei, ascoltate! L’empio è venuto: il crudele, il Nibelungo! Con l’inganno ha rapiti i nostri argenti, cercò ghermìr le nostre Ninfe ignude... oh! ascoltàte i lamenti nostri, oh Dei! Canto io per le tre Figlie del mio Reno: per Flosshilde, e Woglinde e poi Wellgunde; elle ingannate piangono, e or smarrite giacciono e temono e ira e patimento, perché non son riuscite a custodìr l’oro del Padre, e hanno or tanta vergogna. E il Nibelungo allegramente sogna, e già gli par dell’orbe divenìr Sire possente, e irride al rapimento che su di noi ha versato... noi, assopite Onde e Fanciulle, e Ninfe e Lorelei... Antiche Posse della Terra, il seno mio udite e il suo soffrìr date agli Dei! Maledizione sulle Nebbie crude, e sul lor Regno di Destino e vento! È venuto il crudele, il Nibelungo: furbescamente ei ci fece uno scempio. È venuto il crudele, il Nibelungo! Oh Fulmini e Säètte, oh Voi, inoltràtevi tra questa nebbia di Morte e di Vermi, e consumate il soglio all’empio Re, e con le vostre assai robuste membra riportàteci l’oro che ei ha rapito per fonderlo in un Anello di suo Odio! Oh Fulmini e Säètte, oh Voi, inoltràtevi là, e sterminate gli Gnomi e i lor Germi, là... dove Notte eterna e oscura v’è, e ‘ve Alberico il suo Dominio tempra, ombra d’un Fato cupamente avìto: è un artiglio del Male, è perenne Odio! Oh Fulmini e Säètte, oh Voi, inoltràtevi; e obbedite se non ai nostri Dei, a me... Fanciulla, e a questi detti miei!». E Lorelei su’ un scoglio allora sale, e i nembi osserva, volgendo i suoi seni, e il ventre suo di pianto incinto e gonfio, e ella agitando le sue gambe fresche, e arrossendo di rabbia e di furore, e suona... e suona... e trilla cupamente le corde aguzze dell’arpa fatata, ordìta un dì dalle prue delle cimbe degli Dei e degli Eroi affogati e morti, e dai legni annegati delle querce, e dalle perle e dall’albe conchiglie, donde si erge un nebbioso e tetro suono che sembra or cetra e ora un gridàr di corni. E Lorelei lamenta ai tristi stormi dei pàsseri che fùggono da un tuono, e furiösamente apre le ciglia verso le sponde dei funebri salici, e nel suo canto sono i suoi occhi assorti nelle più infami Furie delle nubi; e la sua mano destra è concitata, e trilla... e trilla... spaventosamente, e dal suo trillo emana ella il suo orrore, e gli Elementi dominati e freddi: e il vento, e l’aria, e il tuono e il prode fulmine. E questi suoi Elementi vanno ai Cieli, e il mesto canto sale... e sale... e sale. Allora ella suonando una ballata sempre più cupa si fa e più stregata. «È venuto il crudele, il Nibelungo! Ha denudato i nostri bei fondali. È venuto il crudele, il Nibelungo! Ei tempra nel segreto inganni e mali» ed ella i denti digrigna sdegnata, e ancor più in Furia arpeggia le sue corde, e invoca la Natura e le sue posse, e non più una fanciulla sembra, ma è una strega d’un Fiume in pieno sdegno. «È venuto il crudele, il Nibelungo! Ha denudato i nostri bei fondali. È venuto il crudele, il Nibelungo! Ei tempra nel segreto inganni e mali. Furie del Reno e della mia Natura, udite l’arpa mia, e il mio pianto audace, e l’onde alzate contro il Regno orrendo della Notte e delle Ombre, e distruggete l’indomabile stirpe degli Gnomi: quest’arpa trilla gemiti di Morte, e di vendetta! Oh maledetto Gnomo! Oh! Senza l’oro quant’è fatta oscura quest’onda mia, e la ripa è senza pace, e poca gioja d’intorno io ora intendo!... Ma perché di Vendetta ho io questa sete? Ahi, perché maledìr i loro nomi?... Perché... ah, perché, oh miei Dei, quest’empia Sorte?... E noi Fanciulle, e Ondine, e Ninfe andremo a trascorrere i giorni nostri e i vespri prive di argento e di oro, e dei monili nobili, e di codesti brillamenti tra le acque nostre, qui, sempre più ignude, noi domandando perdono al Re nostro, e al nostro Padre, senza più ricchezze, dove fu un Sogno la nostra lussuria, la bellezza dei nostri ameni corpi, quando nessuno, ahimè, ci amerà più, qui, e in un segreto di Amore è il morìr! E noi Fanciulle del Reno or saremo orride streghe coperte di vepri, lungi dai dì festosi dell’aprile, e dai ridenti e dolci abbracciamenti, e dalla Vita che è un Sonno che illude chi tanto affida sé a un dorato rostro di concitate e perenni dolcezze, e alla beltà e all’argento e alla sua Furia, e sempre ignudo e mesto il nostro corpo nessun, ahimè, nessun ci amerà più; e in un segreto di Amore è il morìr!». Or la Fanciulla dell’arpa rimpiange così i suoi quieti adamanti svaniti, e singhiozza, e sospira, e l’ira mùtasi in soffocato pianto e in contristato cuore, e lì in sollecitate orme di làgrime, e piange... e piange, e invoca ella ogni nembo con il suo tracotante Nume ubriaco, bellezza arcana primigenia, or rimasta disillusa e tradita da Erda stessa, e chiama... e chiama l’amica Freya, invano poiché costei non può sentirla al monte suo. Oh povera Fanciulla! Piange... e piange, e se avessero un’Anima, i suoi liti piangerebbero anch’essi, e i tutti Ocèäni primigeni e commossi. Oh qual dolore! Ella ancor maledice le torve Anime dei Nibelunghi, ma dolce è il suo grembo, e la sua voce, non più è al par d’un Draco, la Serpe orrenda e maligna e nefasta nella qual Alberico si confonde, quando è temuto e cercato, ei, il sovrano della Nebbia, e dell’Ombra e della Morte. E così Lorelei qui si lamenta, mentre Freya le convalli ne contempla. «Oh Flosshilde, oh tu, oh cara» ella ora dice: «Canta anche tu con me... canta e dispera! E tu, Woglinde, lamenta il tuo Fato, volgi agli Dei, agli Dei vòlgiti e narra! Oh Wellgunde, tu pur canta e lamèntati, piangiamo insieme sul nostro Destino! Canta anche tu con me... canta e dispera! È giunta presto la temuta sera, e il pomeriggio si è fatto meschino... Canta, Woglinde, canta ai Ciel, soffèrmati sul tuo giaciglio dell’oro privato... canta anche tu con me... canta e dispera, oh Flosshilde, oh tu, oh cara» ella ora dice. Oh Lorelei, eternamente infelice! «E qui nessun... nessun più ci amerà... e il nostro cuor nel Reno affogherà! Oh bellezza tradita... oh sì, tradita!». E mentre il canto singhiozza e prosegue, Freya sulle vette il suo Destin insegue.
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L'autore
Massimiliano Zaino

Saluti a tutti i lettori e a tutte le lettrici. Sono nato nell'agosto del 1988. Già dai primi anni di scuola ho sviluppato una vocazione per le materie umanistiche... vocazione questa che è impetuosamente esplosa nell'ultimo anno della Terza Media e nel primo anno di Ginnasio del Liceo Classico. Appassionato di Stori

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