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Donne 30 marzo 2016 · lettura 6 min · 2280 letture

Storia del Dolore e della Follia di una Prigioniera - A Maria Antonietta

Massimiliano Zaino 1199 poesie pubblicate
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Fu. Nel castèl fatàl dei Cavalièr del Tempio geme, ella, la prigioniera, pàllida in volto, e co’ i biondi capelli che si fanno più falbi, e senza più le parrucche, e le ciprie e i finti nei, ella attendendo il giorno ùltimo, estremo, rea di una gioventù che mai si crebbe, come una fanciullina non cresciuta. La follia le dipinge gli occhi cèruli, e la fame le solca il labbro e le ombre delle guance un dì rosee, eternamente intimorita dai fùlmini oscuri della Notte d’estate, e dalle Furie di una Luna di sangue che inargenta l’òrrida lama che sta sulla piazza. Ella fu... ella, perduta tra i sentièr di una tomba vivente, e tra la cera d’un dèbil lumicino che gli avelli allùmina del pianto, e della più oscura stanza, presso i spettri dei figliuoli imprigionati: un bimbo al seno ella in dolore culla. Un giorno lo ebbe malato, un morbo mortale, e perduta è la sua spene. Il pàrgolo ha occhi trèmuli, e lo chiàmano ghiotte tante tombe. E la madre lo culla - dolcemente - tra i Mostri che dipìngon questi muri, ella piangendo, e nascondendo i gèmiti, ella dei nobili - ahi! - l’ùltima razza. E qui nessuno ha pietà di una donna che porta in braccio il bambìn suo ammalato, bimbo che dêe morire. Le Furie han tolto le fole. La donna queste Notti trascorre lagrimando, dove la colpa fu èssere regina, e non sapèr, non volèr governare. Discinta e scalza nel gelo del vespro d’un Temporale estivo, ella sta chiusa in una torre antica, qui, ‘ve piove dal tetto e la mobilia si consuma ammuffita dall’acque e dalla vecchia età: un ùnico letto ora inondato, e le coperte che odòrano di acre pòlvere disumana, e che ora tòlgono ogni respiro, come aspri sudari di bare anònime e di tombe infami. Le Furie han tolto le speni. La donna spira velocemente ora invecchiando, sur d’una sedia immòbile e supina, il moribondo figlio intenta a urtare con dolci abbracci e con finti sorrisi, poiché ella stessa sorrìder non sa più. Eternamente finge; ma commuòve (si) il cuore insano; e la sua bocca è spuma di bava di päùra. Ed ella invecchia... invecchia sempre. Il ventre suo è affamato, e nulla ha da mangiàr che due carni aspre: il suo febbrile labbro; e ombre la assàlgono di deliri inumani, ghiotti mari che negli abissi la trascìnan tosto, scogli dai quali è venuta una bestia, un Mostro che le pòrpore ha indossato dei Re, e che sprezza Iddio. Dalle fessure del muro uno strale di cupa Luna entra, e le bacia i piedi, e una candela la cinge di lume. Ella si china a baciare la fronte del bimbo che non emette più nulla: è ancora calda. Non è morto. Ahimè! Si è addormentato, alfìne! E vedrà ei ancora un altro giorno?... Frattanto tante ombre pìngono un Orco sulla nuda pietra, un’ombra che si scaglia contro il volto scarno della regina, la qual duole vedendo il figlio... duole delle doglie del rimembrato parto. E il Mostro tiene un pugnale, è agguerrito, e vuole sangue. La prigioniera geme; e stringe il corpo dèbole del bambino, e abbassa gli occhi su di lui: teme le fauci dell’ombra crudele. E il piccolino ora a tossìr inizia, e sputa il sangue dei polmoni tìsici e affranti, ùmidi, e inesistenti per il Pòpolo ghiotto ancòr di miètere la Vita. E la regina piange... e piange, asciuga il labbro del pìccolo amato con la sua veste di straccio e di pòlvere, e lo culla... e lo culla. E pensa: quante volte ha richiesto un mèdico ai suoi... ai suoi carcerieri, ha implorato pietà indarno per un nato innocente. E pensa... e vede: è giunta l’ora per lo sposo. Fòrbici tàgliano il crine che or ‘la seppe amare davvero. Suona l’ùltima gavotta di quest’ùltimo addio. Egli parte tra ceffi e moschetti, e più... e più non ritorna: gli hanno strappato il collo... il cuor dal petto. «Dov’è papà?» i figliuoli le domàndano. Rimembra questi detti: «Papà è morto!». Oh mìsera regina! Fu. Nel castèl fatàl dei Cavalièr del Tempio geme, ella, la prigioniera. È Notte. È estate. La Vita trascorre, e la giustizia tace, e regna il pugno delle indomàbil Furie. L’ira cresce, e il Pòpolo non sente urlàr pietà. E redenta si duole una fanciulla, che piange sul volto del figlio, che spera nel Cielo di Dio, nella sua càmera della prigione, presso la Morte d’un bimbo tìsico. Le mani prone prègan la Sorte. Ora anch’ella in cuor sente un desiderio che ha nome Libertà.
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L'autore
Massimiliano Zaino

Saluti a tutti i lettori e a tutte le lettrici. Sono nato nell'agosto del 1988. Già dai primi anni di scuola ho sviluppato una vocazione per le materie umanistiche... vocazione questa che è impetuosamente esplosa nell'ultimo anno della Terza Media e nel primo anno di Ginnasio del Liceo Classico. Appassionato di Stori

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