Visioni d’aurora
Dal balcone d’una febbrile insonnia
un sottile barlume ha squarciato il velo
dal costato di Andromeda
si stacca una cometa
coronando d’allegria il verdognolo cielo.
Le barche sono tirate a raggiera,
e spandono un’ombra azzurrina
sotto le radici dell’ailanto
che man mano risale vibrando
il respiro dell’aurora sui tetti
dove crescono i muschi d’amianto.
Bisogna passare il ponte
perché il profumo dei limoni
col suo vestito candido di zagara,
colpisca i polmoni
ricoprendo il biancore del gelsomino
che, ora, dal cortile vede il mare ancora nero.
L’aria, si veste di una vampa pesante
che lega l’orizzonte,
e non sa se ricadere nel mare
o inseguire nella luce
il volo sghembo d’un pipistrello
infastidito da cotanto clamore
e fatica a trovare la sua crepa nel muro
inseguito dall’occhio scheletrito d’una gatta
ch’ appena sgravato tra le canne di un giardino
sette vite abbandonate di felino.
La luna, impallidita, s’è seduta, sul cratere,
e rimane con un guanto di fumo grigio
per allattare le statue degli eroi nella piazza,
risvegliati, intatti,
dalle morbide opacità della notte scura.
Un fascio di luce traspare dalle imposte
lasciate accostate nelle camere da letto
di pescatori imploranti un’altra occasione,
alle loro donne, deluse dal fuoco etereo
dell’amplesso.
E per le inutili profezie raccontate
sull’eterno passaggio dei tonni,
estinti, su correnti di sangue innocente
meditando un riscatto che non giunge
attraverso l’odio e l’intolleranza di un grido
che si frange, sulla scogliera, nella malinconia
del tuo libro senza parole ancora da decifrare
sui fuochi fatui del mattino che spengono
il tremolio delle onde.
©
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