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Fiabe 18 novembre 2016 · lettura 23 min · 904 letture

Harold, ovvero Una Leggenda scandinava

Massimiliano Zaino 1199 poesie pubblicate
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Fatàl fiordo! Le brume ora scendèvano, appena dopo l’alba, a ricoprìr i freddi monti. Titànica la Notte fu sconfitta, debolmente, dall’ìri dell’aurora; il Sole pàllido vinse la Luna della tènebra orba, come Eròe rifulgente presso Mìdgard che vèndica gli Dei. Allora nulla miràr si poteva se non che ombre, ombre oscure, tenui, orrende, e v’era immane gelo... brina di Morte. L’àëre vagabondo disfidava le cieche rocce delle antiche vette, e inseguiva l’Autunno. La fremente rugiada del mattino i rami ignudi lambiva, impazzita nel dàr bacio alle querce, e ai faggi, e ai salici, a tutto il vivente. Ma era tempo di caccia, e tetre impronte s’aggiràvan lente per le terre dei boschi consacrati un dì agli Dei degli Avi. Hàrold, il cacciatore del villaggio, a inseguìr stava, dunque, un cervo, con Hùndig, il suo cane - egli, il fedele! - con l’arco sulle braccia, e i dardi alla cintura, con un manto di lupo sulle spalle, e la barba che nera come Notte si confondeva con quel pelo infame, trofeo di caccia, il pugnàl lungo i fianchi. Hàrold, il cacciatòr con folto crine, scrutava ovunque, tra le felci e i ceppi, con gli occhi azzurri di neve glaciale, e l’ombra sua alta; e Hùndig, il cane fedele, fiutava seguendo il fresco sangue della vìttima lievemente piagata. Ecco allòr che un cerbiatto appare inerme, leccàndosi la zampa appèn ferita! Hàrold lo scorse, e prese l’arco e un dardo, e la mira; e schioccò. Così la freccia colpì il cuòr del mìsero cervo, che urlando a terra cadde e morto; e Hàrold, il cacciatòr d’Ànima fredda, s’avvicinò co’ il cane scodinzolante: prese un pugnale, e scorticò la preda. In tal guisa ei trascorse la mattinata. Hàrold, il cacciatore del villaggio, dopo l’ambita gesta, passò il freddo meriggio di novembre tra le alte nebbie a risolcàr le sacre e patrie terre dei villaggi vicini, ove ei vendé alcune carni, le più buone e ambite del cervo poveretto, trattenèndone le pelli e le cosce, e per avèr in cambio e sale e pìccoli fasci di legna che in sulle spalle mise, egli, il possente, senza fatìca, né sudore e duolo. E Hùndig, il cane fedele, perenne lo seguiva, non prima, però, che egli avesse divorato il cuòr del mìsero, vìttima della caccia. Frattanto in uno dei villaggi v’era una fàïda malvagia e spietata: i contendenti stàvano dinnanzi con sguardi biechi, e pugnali affilati, entrambi giovinotti - troppo giòvini! - e nel nome di Wòtan si battèrono per vendicàr lo sposalizio sacro che un dei due tradì. Hàrold, il cacciatòr e freddo e cìnico, li stette a contemplàr finché un di loro non cadde a terra piagato su’ un fianco; poi ei si scosse e andò altrove. Fu un dì per queste leggi orbe e selvagge che Hàrold pensò farsi cristïàno, e seppellìr gli Dei degli Antenati nel vespro dei ricordi. Hàrold, il cacciatore, l’Eroe, il grande! Hàrold, il dèbole, il folle, il cristiano! Fu battezzato da un mònaco ànziano, e con lui la sacra acqua sfiorò sua moglie, la figlia e il figlioletto pìccolo. Ma anche se Òlaf era il re, e i fiordi èran di Cristo, molti al villaggio suo ancòr lo schernìvano. Può un guerriero parlàr di Pace e Amore? Di Pietà un cacciatore?... Hàrold! Il traditore degli Dei! Raggiunse ei il suo villaggio in vêr la sera, e presso il legno della sua capanna posò i fasci che stàvan sulle spalle, e prèsone qualcuno, allòr, lo ruppe; così varcò la soglia, e diede il sale nelle mani d’un servo che si inchinò. Poi Hàrold, dunque, salutò con un abbraccio la moglie, che allungò le sue braccia al baldo collo del prode sposo, rapèndone anche un bacio dalle virìli labbra, e co’ un bacio in fronte la figlia, e da terra - Hàrold, il dolce padre, il buòn marito - sollevò il figlioletto. E il focolare era acceso, era caldo, e Hùndig, il cane fedele, si mise a lavàrsi e a grattàrsi presso il fuoco, la coda egli agitando al sorriso che il bimbo gli faceva, quasi aspettando la carezza ambìta che tosto venne; poi si mise a sedère presso il tàvolo, anch’egli per attèndere la cena. Ma gli occhi della moglie e della figlia mal trattenèvano una cura, o un pianto; e Hàrold decise di fìngere - e molto! - che non se ne accorgeva. Non volèva mai dire, mai! la prima parola! E venne il tempo di desinàr lieti, co’ il fuoco in scintille dianzi agli occhi di tutti, che assai chiari rispecchiàvano i rigùrgiti delle fiamme eterne di Loge, il Nume astuto. Hàrold, il cacciatòr della famiglia, dopo avèr benedetto e carne e pane nel nome di Gesù, e poscia che gli altri: «Amen!» rispòsero, prese la ciòtola e spolpò la preda, con le dita che tagliàvano i nervi strappàndoli - esse, le robuste posse! - con le movenze quasi d’un cantòr con l’arpa bàrdica, e côlte nella màn le carni cotte, e avvicinàndole alle maschie labbra, le divorava lentamente, quasi gustando a lungo il sapore selvaggio della foresta. Hùndig, il cane fedele, aspettava dalle màn dei padroni e nervi e avanzi, famèlico inghiottendo, ed Èrik, il figliuolo, attendeva che sua madre gli desse la carne già spolpata co’ il pugnale del padre. Ma tanto, eterno, perenne silenzio stranamente regnava; e Hàrold co’ i suoi occhi enormi e spalancati tra le fosche lòr ciglia su chiunque posava immobilmente lo sguardo interrogativo e perplesso, quieto, tranquillo, calmo, aspettando qualcosa, una parola, una domanda, un detto; e così passò l’ambita cena. Hàrold, mangiate le carni e bevuto dal corno, allora, osservò che la figlia stava in muto e silente e ascoso pianto, e che la moglie a lei volgeva sguardi di quiete e di conforto. Wùlf! Dannato signore del villaggio! Egli che ancòr credeva a’ i vecchi Dei, signorotto malvagio, e bruto e ricco, della stirpe più nòbile di Mìdgard, ei approfittando della nota assenza di Hàrold, il cacciatore mattutino, appena dopo l’alba osò varcàr quèl sacro focolare privo dell’uomo, il prode, e con lusinghe finte, e finto Amore, e minacciando ovunque, il ferro in mano, chiese la mano della figlia di Hàrold, compràndola volendo come sposa tant’ella era sì giòvine e serena; e con bruta violenza lì spaventò le donne, pur dai suoi fidi circondato e amato. Se la fanciulla non fosse mai stata sua, il prezzo sarìa stato il tòglier loro la Vita e l’onore. E così minacciò incendio e massacri, dicendo poi che gradiva un responso entro due giorni, e bestemmiò, e infamò il Cristo. Hàrold, il padre, il marito, il guerriero, udì quel che successe dalle labbra della pàllida moglie, e più d’un lupo a digiuno da molto trasalì orrendo, ei fingèndosi vìttima inerme il crudo Wùlf; e benché la sua donna trattenèr pur l’avesse voluto, egli si liberò, e a forza uscì via, nella destra brandendo il suo pugnale, agitandòlo al vento e furïòso come un predone dei fiordi più freddi; e correndo ei si mosse in vêr il focolare del bruto Wùlf, vendetta egli giurando, e non pietà: strappàrgli il cuore e darlo in pasto a’ i cani, seppellirlo per sempre nella Notte della Morte perenne. Ei lo giurò. Neve! Càndido mostro e Dea del verno! Ella aveva due figli: Brina, il primo, il secondo Nevischio. La fanciulla regnava sulle prime ore della mattina, con le nebbie; il giovinòtto, sul meriggio e il vespro, entrambi, vicendevolmente, in lite per il dominio del gèlido autunno, come truci guerrieri dei sacri fiordi, Brina, Valchiria irriverente e cruda, Nevischio, tuono di Dönner tremendo. E la lite va avanti, düèllo ne diventa, contesa e guerra: sempre più fredda, Brina urlando inghiotte il mattino e la sua alba, e il primo giorno, or più feroce Nevischio ferisce il tramonto e la sera; finché non vièn l’inverno, e madre Neve gli spìriti irrequieti agendo placa, la sua Furia scagliando a’ terre e a’ boschi, ovunque, e i figli suoi impàrano da lei... impàrano a ghiacciare. E mentre Hàrold, il cacciatòr bieco, correndo si volgeva al focolare del crudo Wùlf, Nevischio v’era a coprìr di suo manto gli orizzonti selvaggi e le campagne, e le foreste irsute, profetizzando ei forse il sopraggiùngere pròssimo della madre e di sue Furie. Nevischio co’ un abbraccio scüòtèva le spoglie frasche dei làrici ossuti, e dei fràssini antichi, e le betulle, le querce figlie d’Ygdrasìl, il Fato, caverna delle Norne figliuole di Erda; e ululava co’ il vento e con i lupi, pianto freddo di Dei perduti e illusi dal Potère dei patti del saggio Wòtan, il Dio dall’occhio solo, e ululando ei batteva le capanne, e i focolari, i sentièr, le fucìne, a terra rilasciando uggioso fango e gèlide pozzànghere. Nevischio silenzioso accompagnava la bufera del cuore del buòn padre, Hàrold, il cacciatore offeso e irato, che tanto stava in còllera che ei non prese con sé Hùndig, il cane fedele e spietato, ma soltanto un pugnale, solamente vendetta. Wùlf, il malvagio signore, il furioso, giòvine baldo anche più di Sigfrìdo, lieto era e divertito dopo il banchetto nel suo focolare, e àvido d’oro qual empio Alberìgo - il nano che spogliò le fanciulle del Reno - ei accolse da lontano ora un mercante della stirpe varèga, e ricco assai, e circondato da tanti guerrieri, il famèlico sguardo concentrava sulle pregiate merci che il contento visitatòr offriva: tappeti d’Orïènte, argentei arazzi, icòne di Nòvgorod, pellame di tricheco, antico sale; e i servi se ne andàvano e venìvano con questi oggetti in mano, e con gli scrigni. E Wùlf, il crudo, indagava ogni cosa, ogni valore, e preparò la borsa da gettare come paga al mercante - una miseria, dopotutto, un furto! - e per intimorire, molte volte sfiorò il pugnàl. Allora giunse Hàrold, l’impulsivo, con una lama in mano e tanto iroso, e subito gridò contro il malvagio. Ma Wùlf comprese, e diede cenno a’ i prodi suoi guerrieri che tosto lì brandìrono le lunghe spade. Se non avesse squillato da lontano una tromba solenne, Hàrold sarebbe stato trucidato ché tanti èran quei crudi, e bene armati, e nessuno, nemmeno quel mercante, oppòrsi osava al fàr scòrrere sangue... sangue di un padre buono, d’un uom saggio offeso da un signore. Ma la tromba suonò, e cambiava il Destino. Fu Dio! Lo volle! Wùlf, udìto lo squillo, or preferì risparmiare l’offeso cacciatore, e placando co’ un cenno ànimi inquieti dei suoi compari, e allontanàtosi Hàrold, l’irato, fuòr del suo focolare uscì, e venìrgli incontro ei vide e cavalieri e armìgeri su bruni palafreni quasi da guerra, e su’ un cavallo un mònaco vecchietto, e un nòbile balivo della corte di Òlaf, il re; e ivi immediatamente accorse il pòpolo, donne, bambini e vecchi, e il cortèo sempre più si avvicinava proclamato da squilli tumultuosi di trombe e corni. E allorquando i messeri altèri giùnsero, dal suo destriero il balivo or discese, e senza poi curàrsi di Wùlf, d’altri, e d’ognùn dei presenti proclamò che Òlaf, il re, desïàva che i sudditi suoi fòssero cristiani, e abbandonàssero e Dei, e leggi e usanze, pena la Morte. E aggiunse ei che un mònaco lo seguiva per dàr fede in Gesù, e che egli stàr doveva nel villaggio a battezzare e a convertìr i bruti, e con guerrieri al fianco pronti a punire. Niente fàïde! Niente più vendette! Hàrold era basìto, Wùlf adirato. Il primo si domandava: «E i soprusi?», Wùlf meditava infamie, ma co’ il labbro giurò rispetto a Iddio, e dopo singhiozzò qualcosa a’ i suoi guerrieri. Il mònaco discese dal destriero, e verso il Cielo alzò la Sacra Bibbia che aveva in mano. Or Hàrold si avvicinò a lui, e gli prese le sacre, ambite, divine Scritture, e fissàndolo in volto con duri colpi d’occhio e ligio cuore schiuse il miniato libro. «Che lingua è?» ei sibilò. «È Latino, figliuolo» disse il mònaco. Hàrold, il cacciatore del villaggio, fece un sottile ghigno, serrò il miniato libro con possanza - onde partì una lagna furibonda, un freddo colpo che sobbalzàr fece tosto il prelato - e poi come tutti, si allontanò. Perché il Latino? Ei leggeva sol rune, e di Cristo sapeva nello stesso modo in cui piccìno ei seppe delle saghe: canti e racconti al fuoco, una preghiera propizia alla caccia, Cristo, il guerriero, che più di Frey batte gli Spìriti del Male e del dolore, Sàtana, bruto serpente di Mìdgard. E ora? Un mònaco giunge che ignora e rune, e saghe... e miti e gesta, e che ovunque impone. Gesù? Perché?... Hàrold passò la Notte e insonne e muto, rimembrando ei le pèrfide vicende in sul tramonto: Wùlf, il malvagio, che ambiva sua figlia, e i cavalieri del re, e il vecchio frate; e inquietamente volse il pensiero alla caccia dell’alba, còrrer pe’ i boschi con Hùndig, il cane spïètàto e fedele, còrrer su’ i fiordi dei padri e dei nonni, per quelle vette dalle quali un dì piccino contemplava l’eròïche e remiganti alte dràkkar di guerrieri ricolme e di predoni muòversi co’ i remi e nell’abbraccio del gèlido vento verso incògnite terre e ignoti lidi, verso Occàso e Orïènte, per fàr conòscere a’ miseri ignavi la truce possa di Dönner, di Wòtan, per saccheggiare i monasteri inermi e trovàr gemme per i crini delle figlie di Freya, fanciulle sorridenti al Dio d’Amore, e a’ sposalizi... Dràkkar, fulgenti Mostri di onde e mari, protetti dagli Dei delle contese eterne e della guerra! co’ quegli enormi remi, oscuri e crudi, e quelle vele temute dovunque, perfino da Bisanzio, che solcàrono il Volga, e andàrono lontane, oltre gli abissi delle onde delle serpi concitate dell’Ocèäno, Èrik che fece sue, terre feconde di vino e di gioia! Dràkkar, fulgenti! Hàrold, il cacciatore del villaggio, prima dell’alba uscì di sua capanna, co’ arco alle spalle, alla cintura i dardi, con il pugnale. Hùndig, il cane fedele, ‘l seguiva con lento passo e fiutando tra nebbie sopra le brine. E la caccia fu breve: la preda cadde pochi àttimi dopo, piagata dalla freccia infurïàta dell’uomo, il prode, e lacerata al petto dall’altra belva. E Hàrold lì la spellò e le rapì il cuore che tra le fauci di Hùndig poi ricadde come ricompensa ambìta, e sanguinante - ell’era un alce giòvine - la mise sulle spalle e la portò altrove, nei vicini villaggi pe’ il commercio; e così egli trascorse la mattina, muto e turbato, con l’ira nell’ànimo suo, non placati i sensi di vendetta e l’illusa sua fede. Poscia ei si volse verso un sacro bosco, or perduto e sepolto, con il cane fedele, Hùndig, sempre alle sue impronte che più volte tentò fare ritorno o sul campo di guerra, la sua caccia, o verso il lòr villaggio, ma pùr invano. E giunto nella sacra e antica selva, Hàrold sedette su una rozza roccia, e intorno contemplò: le vecchie rune scolpite da mani di bardi e di guerrieri in sul chiaròr sacrale della Luna eterna e piena, alla tenue ombra del vischio pallente, foglie di antichi filtri, e medicina pe’ i màl del corpo e dell’Ànima inquieta. Rùniche pietre che ancora narràvano le gesta degli Dei, i patti e il sapèr di Wòtan, la beltà di Freya, la Dea, l’incògnito Wallhalla, la dimora delle ombre degli Eroi! Rùniche pietre che ancora narràvano le bieche posse delle alte Valchirie che, come lampi, scendèvan da’ nembi a rapìr l’Ànime degli sconfitti, e che lodàvano il nome di Wòtan, padre della regina, di Brunnhìlde, e delle stirpi dei prodi guerrieri!... E Hàrold tra queste rune ne vide altre, altre da lui scolpite, esse narranti di Cristo che dispèra e piange Làzzaro, che varca le onde, di Cristo che risorge; e la sua fede, allora, ritornò. E venne il fàr del vespro. Hàrold tornò al villaggio. Ma era tardi! Wùlf, il malvagio, fece trucidàr il ligio mònaco, e con costui le guardie a lui affidate: era il meriggio, e il frate stava al pozzo. D’un tratto i suoi guerrieri fûr colpiti a tradimento da quei di Wùlf, l’empio, e càddero trafitti, e spenti e morti, a terra, tra il lòr sangue. E Wùlf, il pèrfido, urlò sue bestemmie al vecchio, il prese per la falba tònaca, e lo trascinò via; e convocato il pòpolo impaurito, il suo pugnale estrasse e lo sgozzò, e dopo avèrlo sgozzato, ei la testa gli troncò furibondo, calci ei scagliando al corpo inerme e muto. Allora Wùlf, il malvagio gridava, e a indicare ei si mise ogni cristiano; e i suoi compari d’armi si scagliàvano irosi come lupi contro quei mìseri, lòr legando le mani e le caviglie. E ora che Hàrold tornava, Wùlf singhiozzava, facèndosi beffe di Cristo, empio proclama: «Chi, dunque, si batterà per costoro, per salvàrli da me?... Dèbole è così il Cristo che mèn di Wòtan non ha Eròi sì prodi?... Se entro codesta Notte qui nessuno verrà a bàttersi meco, costoro moriranno per mia mano, e la figlia del nostro cacciatore allora sarà mia». E Wùlf, il crudo, sghignazzava. Oh infame! ché ben progettò àttimo sì propizio per istigare il cacciatòr rivale, avendo ei preparato a lui un’insidia donde morto sarebbe uscito, e senza onore e nome. E Hàrold, che prontamente ‘l sentì urlare, visti i cristiani incatenati e mesti, e la sua prole, e la moglie impaurita, ah! egli l’astuto! brandì il pugnale, ma nascose un dardo, e poi si fece avanti. «Io son l’Eròe che Cristo qui desìdera!» ei proclamò appagando il desiderio di Wùlf, il crudo. E questi fece un ghigno, e rise, e urlava. I suoi guerrieri su Hàrold si mòssero, e il pugnàl gli strappàrono. Poscia, Wùlf disse: «Qui nàrrano tutti che sei il più grande arciere di Norvegia. Ben lo vedremo! Se colpirai una noce che in sul capo del figlio tuo sarà, lo giuro! mi prostrerò a’ piedi tuoi e di quel Cristo farò mia la fede». Hàrold tremò; ancòr più ne tremava quando vide due ceffi orrendi trascinàr il figlio, Èrik, impallidito, a lui dinnanzi, e uno di loro mèttergli una noce sul biondo crine, e l’altro dàrgli un dardo, e le spade affilate in su’ i cristiani. Hàrold tremò; e quasi in pianto il dardo prese, e prese l’arco suo... freddo osservò la mira, e poscia tese l’infame corda del colpo più bruto. Schioccò la freccia che colpì la noce tra lo stupòr di tutti, e il figlio stava immòbile e sudato, a occhi chiusi, piangendo. Wùlf, il crudo, per mantenèr il giuro verso Hàrold si mosse; e pria che a inganno avesse ei estratto un ferro, il cacciatòr il dardo ascoso prese, e con possanza glielo scagliò in cuore, e lo fece morìr. Così il tiranno morto or cadde a terra, e presi da timore i suoi guerrieri fuggìrono lontano, altrove... e non si vìdero più. E Hàrold divenne il sire di questa savia terra; e a lungo ei visse, nel nome di Cristo e del re di Norvegia. Il Male era sconfitto; Mìdgard era lìbera.
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L'autore
Massimiliano Zaino

Saluti a tutti i lettori e a tutte le lettrici. Sono nato nell'agosto del 1988. Già dai primi anni di scuola ho sviluppato una vocazione per le materie umanistiche... vocazione questa che è impetuosamente esplosa nell'ultimo anno della Terza Media e nel primo anno di Ginnasio del Liceo Classico. Appassionato di Stori

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