Che ti fosse carezza la sera
alias Marina Pacifici
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Vorrei tanto
che ti fosse carezza la sera
in questa notte di gelo dove non c'è l'aurora.
Vorrei che mi ascoltassi anche ora,
adesso che le ore sono tutte uguali
aggrappate a fili di seta di vane speranze
sospese al biancore di pareti irreali.
Vorrei che ti ricordassi
il canto dell'onda
di un'estate al mare,
nel bagliore al tramonto dell'ultimo sole
e l'azzurro magnifico del tuo sguardo
di giovane donna rivolto all'orizzonte blu cobalto,
adesso che il cielo nei tuoi occhi s'è spento,
rosa smarrita nella notte,
e mi guardi immemore ed indifesa
mentre nascondo una lacrima
in un addio senza parole.
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L'autore
alias Marina Pacifici
Commenti (1)
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Antonio Terracciano23 gennaio 2017
Conosco questa triste esperienza, per averla vissuta, ormai tre anni fa, con mia madre. Ciò che ci fa più rabbia è il sentirci impotenti di fronte alle sofferenze altrui, che vorremmo tanto alleviare, senza purtroppo riuscirci. Confesso che mi misi allora a considerare (e lo penso tuttora per me, per quando arriverà la mia ora) positivamente la mitica figura di "s'accabadora" (un avanzo della civiltà punica, che ha lasciato tracce visibili solo in Sardegna?) , quella badante sarda delle persone anziane la quale, quando comprende che l'esistenza sta ormai per concludersi, accelera un poco, esclusivamente a fin di bene, la fine, esaudendo probabilmente il vero desiderio (talvolta anche chiaramente espresso) del malato.
