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Introspezione 22 marzo 2017 · lettura 1 min · 920 letture

L'angoscia del funambolo

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Ugo Lorenzo 1 poesie pubblicate
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Cantano i poeti la precarietà del nostro corpo Ma io più precario sento l'animo mio e di svanire più che morire sostando m'angoscio di sprofondare nell'antico buio mai dimenticato. Sempre memore del vuoto spesso dimentico della felicità: la mia felicità come un funambolo sgraziato che cade e s'aggrappa e non ha fiato per gridare da un momento all'altro s'arrenderà in un attimo, per sempre cadrà nel muto immane terribile vuoto
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Commenti (1)

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Saverio Chiti5 aprile 2017

bè certo quando il funambolo perde il "coraggio" anche il vuoto appare immenso... quando la vita ci appare come una lenta oppressione dell'anima, tutto è vano... non rimane che cadere! o forse no? forse appare più logico aggrapparsi a quel che in noi è ancora luce, seppure offoscata al momento dall'oscurità che inesorabile mina l'anima... eppure quella piccolissima fiammella può riscaldare le membra e rendere visibile la corda sotto i nostri piedi... mai chinare la testa verso il vuoto, mai farsi "cancellare" dal buio... c'è sempre una logica spaeranza di vita, in noi... Mi piacciono questi versi, forse perché rispecchiano il mio vissuto.