L'angoscia del funambolo
Cantano i poeti la precarietà
del nostro corpo
Ma io più precario sento l'animo mio
e di svanire più che morire
sostando m'angoscio
di sprofondare nell'antico buio
mai dimenticato.
Sempre memore del vuoto
spesso dimentico della felicità:
la mia felicità come un funambolo sgraziato
che cade e s'aggrappa e non ha fiato
per gridare
da un momento all'altro s'arrenderà
in un attimo, per sempre
cadrà
nel muto immane terribile
vuoto
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Commenti (1)
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Saverio Chiti5 aprile 2017
bè certo quando il funambolo perde il "coraggio" anche il vuoto appare immenso... quando la vita ci appare come una lenta oppressione dell'anima, tutto è vano... non rimane che cadere! o forse no? forse appare più logico aggrapparsi a quel che in noi è ancora luce, seppure offoscata al momento dall'oscurità che inesorabile mina l'anima... eppure quella piccolissima fiammella può riscaldare le membra e rendere visibile la corda sotto i nostri piedi... mai chinare la testa verso il vuoto, mai farsi "cancellare" dal buio... c'è sempre una logica spaeranza di vita, in noi... Mi piacciono questi versi, forse perché rispecchiano il mio vissuto.
