Di Orfeo che smise di vivere smettendo di vivere il presente
Per gli oscuri cunicoli
di trepida follia
memore canto,
e alla rinata luce
mi volgo verso te e guardo
falso il destino
che agli uomini tace,
sbaglia di proposito
qualunque oracolo.
Non te! Non te, Euridice,
ho riportato in vita
dall’aldilà:
scordo il tono del canto
e in corpo dissuona
l’armonia del passo.
Percepisco la vita
da veleno corrotta
come fantasma
che segue a sorridermi
serio per le selvagge
terre di Tracia.
Dopo il grande banchetto
spenta langue deserta
l’eco di musica,
e chi l’ebbe ascoltata
sa che ormai s’è estinta.
Sente il silenzio.
Non sei più Euridice,
copia in marmo fumoso,
residua eco
che pizzica le corde
di cetra malinconiche
sovrappensiero.
Perché resuscitasti?
Dal corpo nel ricordo
l’anima è infusa
e il divieto divino
giocò me e la mia brama
cieca, infine delusa.
O Euridice!
©
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