E lei sa
Giorgia Spurio
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Come l’aria, ghiaccio
nella gola, fino al singhiozzo del sole,
fino al colore di una neve
che non appartiene più
né alla terra né alla mia pelle
- la tua non mi è mai appartenuta -.
Sapresti parlarmi della luna,
e sapresti a lei far richiesta?
La domanda di una conchiglia
sulla sabbia che lascia la pioggia.
Sapresti chiedere del suo volto
trasfigurato,
la cicatrice di un’orsa
in difesa dei suoi figli,
la rabbia di una lupa
scavata fin nelle ossa
abbandonata dal suo branco,
la civetta che raccoglie voci di città
e maledizioni sulle sue ali, il peso
di piume leggere, la massa dei pensieri
accartocciati a terra assieme alle foglie,
agli angoli e tra le fronde nascoste dai tetti,
dai monti di grattacieli.
E gli ascensori si spalancano,
porte grigie e di polvere
alla signora della nebbia,
stretta nel suo d’uncinetto scialle,
indispettita nel suo cappottino di lana,
grigia e intangibile, spettro
delle sembianze di una regina
a capo di un albero,
lì dove c’è un nido,
il mondo tra i ramoscelli secchi,
il condominio dei cinguettii
del tramonto,
regina con la gonna del colore
di una foschia, il sorriso confuso
di un vetro,
cammina sulle punte di scarpe nere
e lucide,
e lei conosce la tua pelle
ogni tua lentiggine bianca
e di neve.
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Giorgia Spurio
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