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Fiabe 22 marzo 2018 · lettura 3 min · 727 letture

Petrof

Paolo Marongiu 36 poesie pubblicate
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Mai nella mia vita, mai -vano è negarlo- mai ho imparato appieno l’arte del solfeggio. E tale inammissibile lacuna mi procurò nel corso dell’infanzia rimproveri, minacce ed improperi di intensità e fattura variegate che, scandalizzata, mi elargiva la giovane maestra, il martedì, quando veniva accolta in casa nostra con reverenza e onore, come suole verso i depositari d’arte, di scienza e religione; veniva, si diceva, a dar lezione (privatamente) a me, di pianoforte. Dirò che i primi tempi, anzi, apparivo bravino e diligente; una promessa -io, infimo seienne- nel diteggiar componimenti, facili, certo, se non istupidenti, di Bartók e di Clementi. La mano andava bene, morbida e lieve; mai rigida! ché pare sia tale scellerata posa ben più nefasta di un peccato grave. Col volgere dei mesi -ahimè, però- la vocazione concertistica scemò con andamento inversamente esponenziale al metronomico battere del tempo. Di fronte a minuetti e sonatine cui non bastava più quel po’ d’istinto e orecchio che forse in fondo avevo pure avuto, la mia carriera musicale, senza troppo star lì a cerimoniare, di colpo terminò. Rispetto all’energia che sarei stato in grado di esternare ben altro impegno era richiesto: ore di studio giornaliero, costanza, ostinazione e poi (maledizione, questo è il peggio!) quel famigerato odioso, ma -sembra- indispensabile solfeggio. Alla base del danno, v’era -sia chiaro- difetto sostanziale di lettura già in chiave di violino: finché le note procedevano contigue ad intervalli regolari riuscivo a starci dietro (un po’ bluffando) con un errore o due di tanto in tanto. Ma il sopraggiungere improvviso e malandrino di crome, semicrome e altre stranezze, in un punto del rigo che a me appariva -nella più cauta ipotesi- casuale e dispettosamente fuori posto, bloccava tosto il ritmo, peraltro già piuttosto incerto, del mio cantilenare in quattro quarti. Comunque sia, con onestà lo ammetto, le urla che, nell’insegnante, la faciloneria del mio farfugliamento richiamava erano -è indubbio- giuste e lecite per lei che in quel frangente doveva ribadire e celebrare la grande nobiltà dell’arte musicale di fronte ad un marmocchio che beffava l’opera magnifica e possente di Béla, Muzio e compagnia cantante. Io, quindi, mi trovavo nell’impiccio di chi deve apprezzare qualcosa che per nulla l’appassiona (anzi l’annoia), ma -temendone gli effetti- non vuole dimostrare apertamente tale disinteressamento più totale; però per buona educazione neanche vuole dir cose false ad un adulto. Quindi, quando la giovane maestra, di nuovo constatata la mia impreparazione eccezionale nel decifrare il pentagramma, mi chiese stupefatta: “Dimmi, si può sapere durante questi sette giorni, quanto hai studiato?” io le risposi, a voce bassa e capo chino: “dieci minuti, forse anche meno”. Di questo almeno sono fiero: che non mentii ma dissi il vero.
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Paolo Marongiu
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