Attese di mandorle e d’altri vizi
Trifone sapeva tanto d’ulivo
saliva la Murgia per viottoli antichi
ed accesi profumi di mandorla
portava, ogni sera, a piccoli amici.
Quel nome strano, solo un po’ buffo
quel viso sbilenco di fame e fatica,
aveva sul viso un liscio bel ciuffo
rosso al tramonto alla sua Ludovica.
Era gemma come luna di notte
data in sposa a un crudele bandito,
qualche ruga e tanti segni di botte
che carezze d’ulivo avevan lenito.
Lo aspettava a settembre sull’uscio,
ogni giorno sette lividi agli occhi
regali violenti e sempre a rovescio
del suo sposo ai sette marmocchi.
Ma ogni sera correvan felici
e Trifone con le mandorle a loro,
Ludovica li ammirava in cornice
quadri d’amore che brillavano d’oro.
Poi gli amanti, poggiati sul fieno
ove il miele valicava covoni;
mille quei baci e un po’ di sereno
in quella vita con poche emozioni.
Amor velato da voci dei sette,
squisitezze sotto suoni di stella:
quella sera tante volte gemette
non s’udiva da lustri eco più bella.
Una notte s’attardaron di baci
- mentre i sette dormivano piano -
quei baci soavi che portano pace
e che i neri ricordi tengon lontano.
Tornò lo sposo, su nuvole rosse
tanto ebbro di cattivi pensieri
e allorquando Trifone si mosse
un nero pugnal ne perforò i cuori.
Ludovica che morì di settembre
che lasciò il mondo per sere d’amore,
lasciò sole sette piccole ombre
che tante mandorle aspettano ancora.
©
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