Un alburno di parole
Serbo tante parole negli smottamenti dell’anima,
congelate dal tempo e mai pronunciate,
assumono ora una forma dinamica
come aroma di essenze mancate.
E mi disorienta non poterle pronunciare,
lasciarle racchiuse in quello scrigno inane
che raccoglie nodi mai sciolti,
debolezze impunemente assecondate,
ferree e irremovibili convinzioni
di incertezze frammentate.
Come fruscio insistente di valori identitari,
sfrecciano le parole non dette nei gesti ignari,
quelli rincorsi e poi dispersi
nelle finte gioie di propositi sommersi.
E mi soffocano il fiato
le impudenze mai vissute,
i piccoli crepuscoli dopo il tramonto dell’anima inerte,
la sensazione di disgelo come lava che inonda il corpo ghiacciato,
mai sfiorato prima dal calore.
Le parole sacrificate, come in un tronco robusto,
scorrono nell’alburno legnoso
appena sotto la corteccia,
racchiuse e celate nel senso di una notte
come linfa grezza che all’interno vi fluisce e inghiotte.
©
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