Ex Arce ("dal bosco di Arciano")
Stefano Acierno
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Ai dipressi di un bosco
dal nome antico,
cosparso di muschio,
intriso di bruma,
è il mio paese,
che visse,
un tempo,
di colture e legnatico.
E in quel giorno dato
ch’è di nostro Signore,
ogni anno,
vi si fa insieme un viaggio
quasi iniziatico,
riscoprendovi l’humus
e riannodando
la vita al passato.
Fra Greci e Romani si ritenne
che i boschi fossero
casa di divinità
e in quei luoghi ci furono,
non si sa bene dove,
templi votivi.
Da lì ancora
sono cornice al cielo
alberi maestosi
e il genius loci,
noi oggi cristiani,
vi ha anch’esso
un nome antico:
Maius.
L’albero,
il più alto,
che buchi la nebbia,
sì che la chioma svetti
sulle altre
a catturare il sole,
all’alba del Natale,
circondato da uomini
con sguardi febbrili,
ne viene,
da tempo immemorabile,
quel giorno sottratto,
dedicato al patrono
che fu primo martire
della cristianità.
E’ un totem
che d’incanto racchiude
il sentimento della comunità
segno d’identità,
tradizione,
religiosità popolare.
E il tronco,
musica e canti d’intorno,
va innanzi al sagrato,
trainato e seguito
da giovani e vecchi,
(e c’è chi spara a festa)
per poi accendersi,
a sera,
il gran falò.
Difficile a dirla,
c’è una malìa arcana
che richiama,
anche da lontano,
convoca le persone,
le assembra,
le affratella,
e sparge sorrisi,
abbracci,
auguri
fra i mille volti
che in calca
s’intrecciano ansiosi
quel giorno a Baiano.
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L'autore
Stefano Acierno
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