Rintorsa il Titicaca
Scorrono
immagini nella pelle
scivolano
sapone fra le mani
lava via
la coscienza avviluppante
che inchioda le dita
manca la presa
nel circo senza rete.
E tu
che ergi
nel pattume del lago
e mangi
lamiera avanzata
cucciolo fedele
sul ciglio della strada
non sai
d'essere abbandonato
non hai
-ancora-
imparato a ringhiare.
E cogli il tuo frutto
d'argento vivo
che nega la vita
e la vista
del mio liquame
filtrato e pulito
e mi risciacquo
-ancora-
inutile sfida
ristagno
...a quell'autostrada
semmai ho sbagliato
e t'ho abbandonato
se c'è un'altra uscita...
Bulemica, strappo
un'altro boccone
alla tua vita.
©
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Commenti (3)
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M
Mauro Santi20 febbraio 2008
intensamente bella questa poesia che riporta a luoghi lontani dove la povertà è un'abitudine e fa riflettere sulla bulimia della nostra vita affannata a rincorrere chimere e ci fa dimenticare il vero senso della vita.
Paolo Ursaia20 febbraio 2008
Intensa, particolare, personalissima poesia, che evoca immagini, e graffia nella denuncia. Molto piaciuta
B
Benedetta Cavazza Miciamalvina20 febbraio 2008
quell'ancora fissato..crocefisso oserei direi, fra le lineette mi ha fatto soffrire più d'ogni altra parola di questa toccante ed umanissima sublimamente umanissima poesia... perché quando il povero, sebbene affamato dalla nostra avidità, ancora mantiene l'innocenza non è ancora vinto dalla morte..seppure muore ma quando arriva a 'ringhiare' allora gli abbiamo davvero tolto tutto...
