1.043 lettori online · 362.874 poesie · 7.563 autori
La Piazza Entra Iscriviti
S Scrivere Poesie & Racconti
Pubblica
Home Poesie Sociale
Sociale 23 febbraio 2008 · lettura 5 min · 1514 letture

Mesto è il tuo guardo

W
Wal 3 poesie pubblicate
+ Segui
Nel cor dell'arena, mesto poni il guardo al cospetto del baldanzoso carnefice in vesti strambe, dal sorriso beffardo. Costui della fine tua ne sarà l’artefice, si move a te innanzi, contrappon la testa, punta la tua mole col suo indice. un ghigno in viso, rivolge l’occhio e resta con piglio giocondo, si move frattanto danza e agita la cappa con mano lesta; ardito, sferza la lancia sul tuo manto; del leggendar gladiator ne emula le gesta, ad ogni piaga sul tuo corpo, vanto se ne fa sul palco, tra la folla in festa, in delirio al mirar di un tal affranto. Resti solenne, solo, nel cor di codesta rena, a fissar cupo col volto in pianto il giullar divertito a scuoiar le tue vesti. Ti muovi contro, ma solo un momento a cercar la cagion dell’ira, sì t’appresti a caricar la cappa del gradasso, e col cor di collera colmo, gli assesti un paio di capocciate sul drappo rosso; ma niuna d’esse giungerà al suo scopo; anzi, da un paio di dardi in più, sarai scosso. Il sangue sgorga dalle tue spoglie; il loco donde le tue zampe lascian impronta, di color rosso si impregna non poco. Siccome a specchiar una sì tal onta, funereo, Il ciel azzurro si tinge nero, e una tetra aure l’aria sormonta; Non molli mai, audace guerriero; l' affanno, di vigoria ne spezza cotanta, ma giammai l'alma del condottiero. La forza nel tuo corpo non è più tanta la tua enorme mole claudicante, fissa nella sabbia, quivi si impianta; e aspetta invano che un imponente fil di vita che dal ventre tuo fuoriesca; pronto a sferzar la testa forzatamente, e col piglio affranto, e come un esca, resti inerme a mirar il tuo spauracchio, che danzando, il popolano strepito s'adesca. Anzi volto alla platea, cerchi l'occhio, che delle piaghe tue si incupisca funesto: resti impietrito, frattanto, come un fantoccio. Niuno sguardo t’appare un che di mesto, giacché dalla tua fazione, anzi, non cogli l’ombra d’ un proselito gesto. Ma d'improvviso un muggito avanzi, un fil di ira la tua mole resuscita che tanto tanto martoriata fu dianzi. Sicché un bellicoso fervore, ti ridà la vita e del tuo titanico corpo diventa parte, spingendoti, con collera che esorbita, sull' artefice della tua improba morte; ma, ahimè, che triste pusillanime legge, ancor ti toccherà il peggio della sorte: il giullare i tuoi smunti colpi sfugge, e l'ennesima cuspide velenosa e maligna al tuo vermiglio corpo arruffato infligge. il tempo corre e la rena si impregna e s'impressiona, via via, in modo ulteriore di questa invereconda tragica rassegna: rosso sangue, amare lacrime, marcio sudore sono i sgargianti colori che in un ammasso zampillano inesorabili, dal tuo avvilito cuore. Intanto degli atti siamo giunti all’ultimo lasso; il tuo corpo martoriato, oramai malamente, invano riesce a compiere un che di passo. Il nemico innanzi a te, inesorabilmente, sfascia la spada dalla muleta, e con far avido sta in cerca, dell’ultimo affronto culminante. con affanno e Col cor di supplizio gravido resti immobile in tempra d’acciaio, pertanto, senza timore, ferreo, collo spiro impavido. L' ultimo muggito rintona uno stridulo canto, il tuo corpo tartassato si move perennemente, con incredula energia dopo tanto tormento. Ad un mercante col suo claudicare incessante a cagion del fardello che sulle spalle sostiene, sì si confà il corpo tuo, scalmanato e ansimante. Sulle zampe, il corpo ritto appena si mantiene, e alla mente tua, in un baleno, un amalgama di immagini, in un turbine confuso sovviene. Ecco l'ultimo spunto che il tuo voler proclama! Il carnefice punti, forsennatamente ancora, ma ei lesto, in un unico fulmineo gesto, la lama, al tuo cor afflitto, umiliato a dismisura, affonda con cinica dedizione, prontamente senza indugio, né pathos, né cura. Cadi, come un megalite, pesantemente, calcinacci e povere, nel tuo giaciglio eterno ti accovacci, pria fragoroso, poscia soavemente; non più dolore, né nemiche urla, né inferno le tue spoglie sul lastrico dovran soffrire; né più sberleffi, né infamia, nécrudo scherno il tuo spirto angariato dovrà giammai patire. Il silenzio impone lo scettro dell’ imperatore, ma giusto sol pria che si possa ancora sentire il gaio delirante tripudio dagli spalti cominciare. Tu, tacito senza spiro, immoto nel tuo sangue, il tetro dipinto nella sabbia finisci d'adornare. Temerario mastodonte, caduto esangue, lotta senza speme, integro l’onore, giammai la tua fine, il tuo coraggio estingue. Dagli spalti, la folla, con dedito ardore, tra gli allori pone il suo eroe con le sue gesta, contrapposto al silenzio del tuo eterno sopore che pare strillare sì tanto, che il boato di festa appare in toto siccome ammutolito al cospetto di quell’ imago quiete e funesta.
♥ 0 💬 0
© Tutti i diritti riservati. L’opera è protetta dalla Legge 22 aprile 1941 n. 633 sul diritto d’autore: è vietata la riproduzione, anche parziale, senza il consenso dell’autore.
W
L'autore
Wal
Tutte le opere →

Commenti (0)

Accedi per lasciare un commento.Accedi

Ancora nessun commento. Scrivi il primo!