Maestro
Tremavano le gambe
ormai invecchiate
non più fatte quasi di rose e petali di gigli
sotto un tutù leggero e vaporoso
In una tuta nerastra
e un po' sgualcita
guardavo i gesti esperti
dell'atleta
cercando di imitarne
la forza e la scioltezza
Il cuore palpitava vergognoso
perché le dita volevan una carezza
e non forzare i fianchi ad una capriola
Gli occhi abbassati a nascondere
la rabbia per il tempo passato
ad aspettare che la vita m'insegnasse
a gioire e ridere
la mente chiusa al dolore
e all'amore
Poi mi hai afferrata
per farmi cadere
e mentre il corpo toccava la terra
come una foglia d'autunno
un viale arrossato da uno struggente
ed irripetibile tramonto
lì, più in basso d'ogni altra persona
ti ho veduto, maestro
e con lo spirito traboccante
di lacrime iridate da speranze
ho capito
cosa davvero mi hai insegnato.
©
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Commenti (2)
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Paolo Ursaia16 giugno 2008
Insolita, originale... profondissima poesia, che trasmette un messaggio condiviso. Molto piaciuta
A
Angelosilv16 giugno 2008
una bellissima e stupenda metafora presa da una esperienza nata dalla pratica sportiva. Mi ricorda la posizione del pubblicano e l'umiltà di cuore. Toccare la terra non vuol mdire sempre sconfitta... molto bella
