L'artista
Francesco Paolo
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L'artista lo vedete sempre perso
in un silenzio di vallata,
attratto dal vigore della quercia
come dal guaire del randagio.
Con le pupille insuperbite del falco
vigila e penetra il mondo,
la sua voce è l'eco di un pensiero invecchiato
tra le rocce dell'indugio;
talora affila il passo fra pesanti andature,
s'accosta a qualcheduno che lo scansa,
oppure che gli lascia una moneta nella mano,
per l'acconcio da mendicante.
Non ha mai abbastanza lacrime per piangere,
né troppa gioia per ridere;
oggi respira il fiele dell'esiliato
che non dorme, che vaneggia
sulla disputa e la fede
che lo hanno logorato;
domani avrà grumi di rabbia sulla fronte,
e come il reduce di guerra
avanzerà su un piede
chiedendo asilo alle parole,
reclinando tra i solchi delle note,
e per scrollarsi di dosso
pietà e commiserazione,
si costruirà un vascello natante
in mezzo a danze e colori.
Contro il vetro del suo ego
sbatte ogni volta che la fune degli uomini
lo tenta con qualche scalata,
a piene risa canzonando la goffaggine degli idolatranti,
l'insipienza delle prime donne,
e tutte le quadriglie che inscenano
ogni giorno la sterile ballata dei titoli e del denaro.
"La realtà è un'impostura"
lo scrive marchiandosi le vene
col fuoco delle larve,
e calandosi dal dorso dell'ippogrifo,
va lottando con gli strali della sua gorgone.
Fame di quella Miseria che non è dei miserevoli
ma dei ricchi,
fame del Desiderio non meschino ma virtuoso,
in seno a una voluttà di
Sapere che non è mercificabile
secondo il peso del trionfo.
In tutto questo sta la sua condanna,
in tutto questo egli ha riposto la sua salvezza.
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