Dolce di lei
Dolce di lei mi lusingo,
Ma a colpo il seren ragionare
Gli argini annega e distrugge
Sì che al viso le mani mi premo,
mi consumo in me stesso,
e il dolore all'addome è ferino,
che agita agita e accende,
ma non ha niuna sponda,
nell'isterico immobile affonda,
e non s'ode il profumo di lei,
il di lei ragionare a te attorno.
E l'ore mi paiono giorni,
sì che il tempo non corre,
e la sera s'appressa,
e la notte mi è male.
Quanto vero è l'amor
Se ti brucia sugli occhi!
E mi osservo riflesso,
disconosco il mio scudo,
che tipo non fui
che si perse in sospiri!
Eppur entro mi rode,
e non piango
e non rido
sì che manca il respiro,
si pur manca lo smalto
a 'sti versi gittati,
sì che fame non sento,
e aspettando, dispero.
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Commenti (2)
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I
Il Crudo21 marzo 2006
vieni direttamente dal '300 o scrivi sotto l'effetto di qualche stupefacente? però..., e aspettando, dispero... non è poi male.
J
Johnny Caspar23 marzo 2006
Stupefacenti. Certo Se la leggi veloce suona quasi bene: mi difendo col fatto che l'ho scritta in pochi minuti, di notte e stavo preparando un esame su Slataper, tipo futurista, che per rigetto mi ha fatto scrivere questo pizzone medievale