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Fantasy 28 aprile 2014 · lettura 16 min · 1632 letture

Galif e la maligna Almafar

rita iacobone 29 racconti pubblicati
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Quanta curiosità suscitava quella ampia bolla trasparente posta tra le torri d’ un piccolo castello tinto di giallo. Si trovava in un piccolo reame lontano lontano. Dominava la collina del luogo, dentro, grandi opalescenti libellule vivevano prigioniere, dove, per esse, le stagioni  segnavano  sempre lo stesso orizzonte. Le possedeva una maga rancorosa e crudele assai temuta per i suoi sortilegi che non esitava a esercitare su chi le appariva inviso e assai bello. Sconosciuta restava la provenienza dei coloratissimi insetti  che apparivano sempre più numerosi. Più a valle    si trovava un bianco castello  merlato dove   vivevano due saggi e   magnanimi sovrani   amati e serviti dal loro popolo. Erano re Sidri e la regina Sufi, sempre tanto tristi a causa della perdita del piccolo principino che in una notte di temporale era stato rapito dalla sua stanza e mai più ritrovato. Vialetti e spazi con fontanelle davano stile e allegria al posto, quella che purtroppo la regina Sufi non riusciva mai ad avere perché  continuamente sconsolata per la mancanza del figlioletto amato. La vita comunque, come sempre avviene, aveva preso il sopravvento e i giorni scorrevano consumati nelle solite incombenze. Si deve sapere che  si stava avvicinando la festa di Primavera e   in paese fervevano i preparativi che quell’ anno avrebbero visto come ospiti d’ onore  il re e la regina. I sudditi desideravano suscitare   almeno per un giorno il sorriso sul    dolce volto della sovrana per levar  via il velo di tristezza che sempre  lo copriva .Grimilda, la figlia del pasticciere, essendo la più bella del paese, adornata di fiori sarebbe stata la reginetta davanti alla quale assieme ai sovrani   si sarebbero svolti giochi popolani semplici, ma assai divertenti come del resto era lo spirito di quella brava gente. Almafar, questo era il nome della odiosa maliarda, invidiosa della gioia altrui, si stava gia preparando per rovinare quella festa. Era nata  Fata deforme,   ma  il padre dei maghi Hifron l’ aveva dotata di grandi poteri per compensala della sua bruttezza.   Così facendo era certo di    aiutarla ad essere   accettata   dagli altri. Invece la perfidia aveva segnato il suo cammino! Intanto cantando e fischiettando, il paese era un brulichio di persone intente ognuna ad allestire ciò che serviva affinchè la festa riuscisse gradita e lieta a chiunque avesse desiderato parteciparvi. Ognuno intendeva offrire qualche cosa di suo, e Grimilda   nella sua bottega, era intenta a preparare dei particolari dolcetti che avrebbe offerto alla festa, mentre i genitori erano andati al mulino a prende altra farina dal momento che avrebbero dovuto sfornare tanto pane e dolci.  Col sopraggiungere della sera il tramestio si calmò, nelle proprie case la gente si preparava alla cena ma in  quella del pasticcere Grimilda mancava, allora il padre in ansia andò di casa in casa pensando di troverla, ma alla fine nessuno seppe dirgli niente e trattenendo lacrime di paura ritornò a casa dalla moglie anch’ essa in trepida attesa. Il giorno dopo non si parlava d’ altro al paese e fu così che Galif il figlio del sarto, noto per essere un giovane intrepido   e disinteressato, decidesse di chiedere aiuto ai regnanti, sapendo quanto essi fossero liberali   con il popolo..Egli essendo figlio del sarto, andava spesso a palazzo per prendere le misure degli abiti da confezionare e a volte si intratteneva con la regina la quale gli dimostrava simpatia e piacere di dialogare con lui. Anche egli godeva di quella vicinanza, quasi si scordava fosse la regina Sufi e standole accanto  non poteva non osservare il suo bel volto reso mesto da una afflizione interiore che non la lasciava mai, e allora rivedeva sua madre a bottega che seppur stanca di lavorare cantava e sorrideva contaggiando di allegria chi le stava accanto. Partito che fu   a cavallo, iniziò la strada che conduceva al castello. Rasentò il bosco e superatolo gli si aprì una distesa di prati da dove si poteva intravvedere molto distintamente la collina con la trasparente cavità  sferica contenente  i    delicati insetti volanti. Allora sentì montargli dentro quella rabbia che di solito si illudeva di trattenere per quella crudele forma di vanità ostentata. Insetti solitamente nati per volare liberi sulle acque dei laghi, umiliati ad una prigionia crudele. Le loro ali  catturando la luce   riflettevano sfumature d’ arcobaleno facendo apparire la cupola una splendida bolla di sapone. Di questo Almafar andava fiera e la sua vanità malsana era soddisfatta. Seguendo un impulso recondito decise di avvicinarsi    alla proprietà della maga   deviando la meta, ben sapendo di rischiare molto. Mentre lo faceva pensava:” Come sarebbe bello liberare tutte quelle libellule   proprio il giorno della festa di Primavera.” Ma questo naturalmente era irrealizzabile e il giovane a malincuore  se ne rendeva conto. Già  immaginava   la maga guardinga   pronta a porre dei limiti al suo avvicinamento. Egli tuttavia proseguiva affascinato sempre più dalla meraviglia che sprigionava quella volta enorme trasparente. Non riuscì a fare molti passi  dopo esser sceso da cavallo che    si sentì sprofondare il prato sotto i piedi   e superato lo spavento si ritrovò in un lungo corridoio di terra, scuro ma che in lontananza lasciava intravvedere una tenue lucina. Iniziò a camminare   con cautela   comprendendo   che Almafar aveva colpito.  La notte intanto era calata, le stelle piano si affacciavano dal nero del cielo illuminando un intorno che appariva pieno di ombre e di mistero più che mai. Nella sua vitalità di giovane,   dopo aver tratto un profondo respiro continò ad avanzare    verso quella luce che s’ intravvedeva e che lo incuriosiva. Pensava: ” Cosa mai mi succederà adesso, avrei dovuto proseguire dritto per la strada e pensare a Grimilda bisognosa d’ aiuto, ho sbagliato ad avvicinarmi   alla dimora della maga.” .Ecco che il corridoio  si allargava e arrivato all’ ingresso di una grande stanza si trovò davanti una sagoma avvolta in un lungo mantello che si reggeva ad un contorto bastone. Il fuoco d’ un grande caminetto creava un alone di luce che lasciava nell’ ombra il volto della persona che gli stava davanti. Sorpreso   non poco e molto timoroso sentì parlare:” Chi sei, come hai osato avvicinarti alla mia proprietà,piccolo presuntuoso   uomo, non temi dunque i miei potenti poteri oppure li ignori? Ha! Ha! Ha!... rise la voce in tono acuto   e minaccioso.” Io sono Almafar, la potente maga ed ora che mi hai incontrata dovrò ucciderti, perché nessuno deve conoscere il mio aspetto.” Il giovane seppur valoroso un po’ di paura incominciava a povarla, ma cercava  con la ragione di   trovare   in fretta una soluzione per evitare una   sua probabile  fine .Figurava Grimilda in pericolo ed egli che veniva meno a darle l’ aiuto pensato, soffriva per i suoi genitori che avrebbero perso il figlio nel tempo della lora vecchiaia, provava tanto sconforto per la perdita della sua  vita che aveva  immaginata   ancora lunga e felice. E poi quelle libellule prigioniere, era per loro che adesso si giocava questa dura partita. Galif seppur con i battiti del cuore a mille trovò la forza di parlare:” Quale  è la fonte della tua perversità,gioisci nel creare il male là dove stà fiorendo la felicità, scagli la tua magia e sempre più sei odiata e temuta da tutti, costretta a vivere isolata e nascosta.” Lei ascoltava, fremeva nel sentirsi giudicare   e la sua rabbia montava, montava finchè alzato il bastone pronunciò alcune parole magiche e indicando Galif volle colpirlo, ma egli prevedendo l’ azione riuscì a sottrarsi e a scappare per le altre stanze del castello. Almafar lo seguiva furente lanciando raggi incantati   che il giovane con la sua agilità evitava, con il respiro affannato correva finchè s’ imbattè in una colonna alta. Con le gambe forti di giovane si arrampicò sino alla fine e meraviglia, stava   accanto alla volta trasparente.   Immobile la   guardò stupefatto. Dentro essa le libellule volavano in una continua spasmodica frenesia. All’ orecchio gli giunse l’ eco d’ un bisbigliato canto:” Libellule sembriamo, trattenute nel tempo, lontane da chi amiamo, in attesa d’ un impavido che spezzi il nostro incanto.” Almafar furente da sotto urlava:” Sciocco ragazzo, non hai scampo, non potrai fuggire da lassù.” Cercando nel contempo   di colpirlo con saette di luce magica che provenivano dal suo bastone. In quei momenti Galif credette d’ essere proprio perduto, sapeva  che la maga stava dicendo il vero. Noi tutti sappiamo che ad assere generosi non passa inosservato,, e fu così che Hifron, il padre dei maghi, decidesse che quel disinteressato giovane che aveva anteposto il bene   alla propria paura, andasse aiutato. Il mago si fece colomba bianca e volato accanto al giovane gli porse una piuma dell’ ala dicendogli:” Meriti di essere aiutato, sappi far buon uso di essa. Ti servirà per scrivere nell’ aria ciò che desideri nell’ attimo di difficoltà.Non sarà impresa facile ma ti auguro di riuscirci.” Ora Galif, più calmo, ascoltava quel sommesso canto proveniente dalla bolla e lo giudicò un messaggio d’ aiuto. Quando un raggio della maga quasi lo colpì egli con mano tremante   scrisse nell’ aria:” Vorrei tanto sopravvivere, ma prima desidero che le libellule sia nuovamente libere di volare lontano in ogni luogo a loro adatto.” Polvere di stelle dorata   tingeva l’ aria fresca di parole e quando ebbe finito si accoccolò, sentendosi sfinito. E’ risaputo che nessun incantesimo dura se a combatterlo subentra l’ amore sincero   e disinteressato.!La maga   intanto da sotto gridava:” No, no, non può succedere, maledetto!” Ella vedeva sciogliersi la   bolla  e libellule di tutti i colori volavano nell’ aria attorno a Galif. Una gli si posò sulla mano ed egli avvicinandola al cuore con gli occhi chiusi disse:” Vai, delicata creatura, ora sei libera assieme alle tue compagne, colorate l’ aria di sfumature di cielo, specchiatevi sulle acque che aspettano di riflettere la vostra bellezza.” Ci fu un fruscio intenso di ali e il giovane riaprendo gli occhi si trovò accanto Grimilda che lo guardava sorridente, poi girò la testa e tante deliziose fanciulle dagli abiti colorati    chiachieravano contente. Raccontavano accavallondosi nelle parole concitate che Almafar le aveva mutate in libellule, perchè invidiosa della loro bellezza. Si seppe che alcune erano principesse di altri regni scomparse improvvisamente e che i famigliari continuavano a cercarle disperati. La gioia di Galif era incontenibile e colse quel momento per dichiarare il suo amore a Grimilda che suggellandolo con un dolce bacio accettò felicemente. Con la penna magica il giovane scrisse   ancora nell’ aria il desiderio di voler lasciare Almafar addormentata    per  il tempo della   fuga e venne esaudito. Scesero piano dalla colonna   e ritrovato il cavallo Galif  propose   di recarsi dai regnanti per chiedere loro un aiuto Esse   oramai   avrebbero atteso volentieri perché assai   appagate   della conquistata libertà.Così Galif  arrivato   a palazzo raccontò l’ incredibile storia e mentre la regina dava ordine alle sue guardie di andare a prelevare le fanciulle e portarle a palazzo, notando l’ abito sdrucito del giovane gliene offerse uno nuovo. Galif era   esultante    mentre si cambiava d’ abito e si ripuliva, la regina Sufi lo ascoltava   quando gli notò sulla spalla una voglia a forma di foglia che stranamente aveva il suo bambino nella stessa posizione Fu assalita da un   mancamento ed il cuore le  ruzzolò nel petto, ma nascose la sua forte sensazione. Lei non immaginava che   all’ epoca della nascita del principino, Almafar invidiosa della gioia dei sovrani, avesse deciso di sottrarre il piccino per allevarlo lei stessa con l’ idea di farlo diventare un mago, ma in quella notte imperversava un tremendo temporale ed un fulmine interferì con la sua magia, il piccino cadde nel bosco in una radura e lei suo malgrado, non ne seppe più nulla. Lì   sarebbe rimasto, se il giorno dopo, il sarto tagliando legna non lo avesse rinvenuto.. Sorpreso lo aveva portato a casa, dove sua moglie nel vederlo   aveva immediatamente deciso di accoglierlo,   sapendo di non poter avere figli. Gli diedero il nome di   Galif e da quel momento vissero felicemente grati alla sorte come se avessero trovato un tesoro. Intanto Grimilda  era stata salutata   con grandi esternazioni d’ affetto dai popolani   e ritrovato lo spirito giusto, ognuno si preparò alla imminente festa di Primavera. Gli araldi del re sparsero la voce in altri regni del ritrovamento delle fanciulle, in breve si venne a sapere che tante erano anche delle principesse cercate invano ovunque dopo la loro scomparsa. Nel castello re Sidri e la regina Sufi timorosamente provavano ad  aprire la porta ad una speranza che ben presto spalancò quella   della felicità.Dopo aver avuto spiegazioni da parte dei genitori di Galif che raccontarono come si erano svolti i fatti, il giovane venne ufficialmente decretato   figlio del re Sidri e della regina Sufi nonché principe del reame. Non gli era stato difficile dividere il suo cuore con i nuovi genitori perché inconsapevolmente si era sempre sentito attratto dalla loro personalità senza però darsi una spiegazione valida. Venne il giorno della festa, musica e balli e buon cibo accompagnarono tutti i partecipanti che alla sera tornarono alle case felici e soddisfatti. La regina   finalmente aveva ritrovato il figlio  che  mancava da troppi anni  ed di questo erano tutti soddisfatti. Quando Almafar lo venne a sapere schiumò di rabbia e pensò subito di colpire   con qualche incantesimo quel giovane che con la sua audacia le aveva scompaginato l’ amata   crudele esistenza, togliendole il gusto di far del male. Si seppe poi che Grimilda sarebbe andata sposa del principe Galif, seppur diventato nobile per lui l’ amore non era mutato, essere sarto o principe non faceva differenza, ad amare Grimilda, prima di tutto, rimaneva  un uomo.   Le nozze si sarebbero tenute al castello e invitate furono   anche le famiglia delle fanciulle ritrovate, tanta gente, nobili, cortigiani tutti accumunati   per una doppia felicità, quelle di un figlio ritrovato e  un matrimonio d’ amore. Ad un certo punto della cerimonia, d’ improvviso una scura ombra calò su   tutto, un grosso uccellaccio nero entrò nella sala lanciando saette di luce dagli occhi verso Galif, ma egli previdente portava con sé la penna magica stretta alla cintura. In cuor suo aveva immaginato che     Almafar si sarebbe vendicata e mentre tutti i presenti emettevano   suoni   di paura egli scrisse velocemente   nell’ aria scura:” Desidero che questo uccello tale rimanga, che voli lontano dalla gente  e viva soltanto sulle alte montagne dove non potrà mai più usare la magia per procurare del male. Quelle parole di polvere di stelle intrappolarono come in una rete l’ uccellaccio che fu portato in volo lontano da quel reame. Il matrimonio ebbe un finale lieto e la vita degli sposi iniziò serenamente illuminata dall’ amore. I genitori adottivi andarono a vivere a corte come sarti personali dei sovrani in modo che poterono godere della vicinanza del loro amato figlio. Finalmente in quel castello i sorrisi e l’ allegria avevano spazzato via  come un temporale la mestizia che ivi   regnava da anni. Ora in    quel reame  la vita poteva riprendere la laboriosità perduta   e tutti vissero felici e contenti. 

 

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L'autore
rita iacobone

Chi sono non saprei, da sempre sono alla ricerca di me stessa, cambiando in continuazione come un caleidoscopio. Vivo ogni sensazione intensamente col cuore e così a volte mi esalto altre mi deprimo. E' da questo stato d'animo che nasce da tanto tempo il desiderio di salvare pensieri tra parole di poesia. Tutti quei mo

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