Il cacciatore di lucertole
Una delle cose che ricordo con piacere di quando ero bambino è quando con i miei amici andavamo a caccia di lucertole, nei tanti angoli verdi della mia città, alcuni coltivati e altri lasciati all’incuria ma che davano l’idea e rappresentavano una parte di noi, del nostro essere selvaggio e libero, un qualcosa che ancora ci legava alla terra e all’umanità.
E partivamo, pantaloni corti e canottiera, come una vera spedizione, un piccolo safari d’estate per sfidare le nostre paure o forse per scoprire inconsciamente le nostre velleità, il mondo dei grandi che ci aspettava a braccia aperte, proprio come noi aspettavamo le lucertole.
M’incuriosiva questo animaletto che riusciva a stare fermo, immobile al sole per poi scappare come un fulmine tra le sterpaglie e nascondersi tra le nicchie dei muri per non farsi braccare da noi piccole pesti che avevamo un unico intento, quello di colpire.
M’incuriosiva questo piccolo coccodrillo, quella lingua da serpente e la velocità nello strisciare con quelle zampette, vederlo fuggire da me che volevo colpirlo con la fionda mi esaltava, mi emozionava o forse stavo imparando a dominare o difendermi.
E m’incantavo sempre quando i più audaci o forse i più cattivi, riuscivano a tagliare la coda che continuava a dimenarsi troncata dal corpo, come se volesse ricongiungersi o forse era l’istinto di continuare a vivere, forse lontano dalla testa, dalla ragione.
Oggi il verde è stato ricoperto dal cemento e le lucertole hanno sembianze d’uomini e sono loro che adesso mi rincorrono ed io ho solo il ricordo di quel tempo, ma non ho mai seppellito la fionda e come un’ascia la tengo nascosta in un angolo di me.
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