L’umana commedia (2a parte)
Come è bella la struttura di questo nobile organo che presidia la mente e presiede la coscienza e la conoscenza in virtù delle sue molteplici funzioni. Da lontano, tra gli innumerevoli lobuli,
puoi intravedere il luccichio degli occhi di feroci belve, le famigerate iene, che si nutrono di sangue umano ed in alcuni punti, fissando gli occhi a terra, se osservi attentamente hai la sensazione
che anche il suol si muove. Causa di tal prodigio sono le perfide talpe che, scavando nelle fondamenta di questa mirabile architettura, per incessante lavorio al buio sotto terra, infine, fanno crollare tutto, trasformando questa nobile struttura in un triste ammasso di pietre e calcinacci:
obbrobriose bestie,
con la vostra cattiveria
siete capaci di trasformar
poveri esseri umani nella testa,
con un’ abominevole pancia
in un fisico ridotto all’ osso
e, con quel color giallo
carico negli occhi,
i pazienti si spaventan della loro
stessa immagine allo specchio.
Che strazio per noi medici impotenti non poter far davvero proprio niente! Maledette assassine,
a voi non mi avvicino non già per paura, vi schiaccerei all’ istante sotto i miei piè, ma per il ribrezzo
che da sempre mi scatenate.
Adesso che mi son finalmente sfogato, il luogo da ricercar per un meritato riposo, visto che in questa zona epatica manco se ne parla, si potrebbe trovar in questi paraggi negli alloggi renali, ma poi, pensandoci bene, quel continuo fruscì o dei calici renali per il sangue da filtrare in ogni momento, sai che gran fastidio per queste mie povere orecchie. Se sei stanco con pensieri fissi anche un piccolo rumore diventa assordante e al tempo stesso sempre più insopportabile.
Ed allora l’ unico posto dove poter riposare rimane il monte là in alto, ovvero il cervello con tutti i suoi misteri, forse anche la sede più idonea dove si cela l’ anima. Chissà se anch’ essa si avvale del presidio epatico in qualche suo momento, se quaggiù sulla terra da sempre si parla di sporche coscienze all’ interno dell’ anima e il fegato, pertanto, potrebbe ad esse restituire l’originale candore. Ricordo di aver scritto, un bel dì, una poesia che, parlando dell’ anima, recitava così:
col torrente circolatorio
sono andata per ogni dove
dando ovunque mia presenza.
Dalla valle del vostro pascolo
risalendo la grande porta
nel filtro epatico mi soffermavo
per acquisir candor limpido lucente,
nucleo centrale della mia essenza.
Questa poesia (la dimora dell’anima), davvero tanto ispirata, vi spiego come è nata. La saggezza dei napoletani suol dire: “ chi rorm’ nu’ piglia pesc” ed io, da buon napoletano per diletto pescatore, gran parte delle mie scritture le ho realizzate agli albori quando la pesca riesce meglio.
Pur tuttavia talora ti vien rabbia perché non senti toccata e rimani con fogli bianchi e penna in mano; tal’ altra, invece, senti toccate interessanti ma il peso della lenza è per la profondità dell’ amo. Tirandola su, infatti, la senti sempre più leggera e tiri in barca un povero pesciolino che subito ributti in acqua. Nel caso della poesia, dopo fogli e fogli di scrittura senza vera convinzione, alla fine di tanta fatica li prendi in mano e li butti via.
Ma andando a pesca (e scrivendo), senza apprensione e solo per rilassarmi, nel riavvolgere la lenza (il pensiero) una grande toccata (l’ispirazione) mi fece perdere l’ equilibrio sulla barca buttandomi a mare. Per fortuna il pesce (la scrittura) non lo persi perché la lenza (il pensiero ispirato va subito trascritto) era attaccata a prua, vicino all’à ncora.
Parlando allora di poesie è meglio chiarire questo concetto: se i figli sono il più bel dono della vita, frutto dell’ amor di due genitori, solo con la poesia pure la paternità diventa certa!
Intanto sto per lasciare il crocevia epatico e proprio sopra di me, nel posto dove mi trovo,
passano tre arterie variopinte (dal rossastro al bluastro al giallo verdastro) tra loro parallele ed anch’ esse parte integrante di questo stupendo scenario architettonico.
Finalmente è giunto il momento di salire sul monte e vuoi vedere che proprio lassù, in qualche recondito anfratto si cela la nostra introvabile anima?
Se davvero ciò accadesse,
sai che gran successo
con tanti geni che si son sempre arresi
a questo mistero dell’ umanità!
Il solo pensiero di questa fantasia
mi ispira follia,
tra tanti osanna e gloria
chi mi fermerebbe più?
Durante una lunga carriera di centravanti- ala, una sola volta feci un gol anche in sforbiciata; non so all’ epoca quanti amici perdetti perseguitati da una tale impresa che io sempre raccontavo. Anche il mio presidente prete per poco non mi bastonò!
Da sempre faccio lo sbruffone per scaricare così una vita sofferta ed al momento, pensando ai nostri figli, un’ ansia mi assale per il loro avvenire.
Al tempo di oggi, infatti, gli insegnamenti dei genitori sempre più spesso vengono a mancare
per motivi di lavoro, ed in questo vuoto si inserisce la televisione (e i telefonini) che, noncurante di tutto, nell’ ottica dell’ audience manda in onda programmi per diventar famosi (o l’isola dei famosi) e li rinchiude, addirittura, per giorni e giorni in una casa. Inoltre la tv odierna è anche palcoscenico e cattedra di psicologia e psichiatria col fior fior dei professori che spiegano la vita in diretta, quando non è presa da pettegolezzi sui soliti personaggi.
Ed allora viva l’ eredità
che ti spinge a ragionar,
anche per la soluzione
di eventi delittuosi
(Chiara, Sara, Yara)
senza arma né movente
e col DNA a complicar l’ indagine.
Di certo non son gialli con due soli personaggi, vittima e presunto colpevole con nervi sempre saldi ma, se non c’è coscienza, vi sarà mai verità?
Meglio le pene terrene dell’ umana giustizia che l’ eterno rammarico per il divin giudizio e ve lo dice uno di ritorno dall’aldilà tra scenari di sogni, fantasie, follie e veri film luce.
Comunque da via Poma a Garlasco, siam tutti dei Maigret, oltre che commissari tecnici di una nazionale che, senza più aborigeni nella serie superiore, a stento si mantiene a galla. Per nostra gran fortuna abbiamo la Pellegrini in vasca, ma se i neri imparano a nuotare anche in piscina per noi bianchi sarà dura e, ironia della sorte, per una questione di fibre (muscolari) bianche!
Tra tutte queste digressioni mi accingo a salire il monte e, se Dante vi trovò la lupa, io mi sono perso tra le anastomosi dei vasi e trovare la strada giusta diventa un vero rompicapo.
Per fortuna mi sovviene il canale vertebrale e, lungo il decorso del midollo spinale, in un breve lasso di tempo arrivo al 4° ventricolo, al cui apice imbocco uno stretto canale con su scritto acquedotto di Silvio.
Proprio nello squallore di questa periferia corticale, in tema letterario, mi sovviene Silvia del Leopardi:
Silvia, rimembri ancora
quel tempo della tua vita mortale,
quando beltà splendea
e qui la mente difilato (e sfinita) vola a Silvio, alla sua bellezza immortale (faccia stirata senza una piega!) e comincia a declamar “ Silviade” dall’Eneide se il nostro Presidente, emerito rappresentante della stirpe italica e vero amante latino, non a caso è il diretto discendente dei Silvi, di Enea e di Venere, dea della bellezza:
Cantami, o musa,
le gesta di Silvio che l’umanità
condusse nell’era della pace.
Si narra che fosse così bello
e seducente da fare innamorare
chiunque incrociasse.
Nell’umana veste di pater familias,
con occhio attento anche agli eredi,
di padre- padrone prese sembianze e,
con il paese mortificato da prodi invasori,
da padreterno finanche
così profferì: Italia rialzati,
paragonandola a Lazzaro
da tempo in decomposizione!
Nella sacra veste, poi, di Mosè
divise l’italica mandria,
vero mare in tempesta,
su due sponde opposte e,
da buon pastore, indirizzò il suo gregge.
Io, dall’alto delle mie ispirate vedute
con queste scritture, lo vedo persino
vestire i panni del biblico Noè
con il gravoso compito di traghettare
sulla nostra meravigliosa arca,
magico stivale adagiato in acque chete,
il mondo intero nell’era della pace...
Dopo questo breve amarcod (amaro ricordo) del Cavaliere, lungo l’acquedotto di Silvio sono arrivato al 3° ventricolo cerebrale, struttura diencefalica di vitale importanza, dal momento che sulle sue sponde si espande il talamo, letto nuziale dove si genera la vita con l’apoteosi dei sensi.
Proprio il talamo, infatti, è una vera stazione sensitiva con arrivi e partenze, mentre appena un poco più giù c’è l’ipotalamo, cabina di pilotaggio della vita a partire dall’ossitocina (ormone del parto e della fedeltà fino all’ormone antidiuretico (ADH), che spegne la fiammella della vita terrena ma non certo la fiamma spirituale.
Questa fantomatica fiamma è proprio l’anima che da tempo io ricerco ed a questo punto mi sovviene pure la ghiandola pineale (epifisi) che si trova proprio in questi paraggi.
Sono un medico di famiglia, scrittore di morale che considera l’anima una triplice coscienza: vigile, consapevole e morale. Più chiaramente l’anima è certezza di esistere (cogito ergo sum – CARTESIO), consapevolezza di amare (amo e sempre sarò – Maiello da PLATONE) ed eleganza di vivere con la coscienza morale (gnothi
Commenti (0)
Ancora nessun commento su questo racconto. Se ti va, scrivi il primo!
