L'attimo che coglie alla sprovvista
Sarà stata la notte, la coscienza
la follia bevuta
dalla nostra inconsistenza
l'attimo fuggito,
un tempo fuggente
mai colto realmente
- ma ad Orazio voi
non dite niente. -
Sarà stato il sale del mare
che apre le ferite
come e più d'un pugnale,
un colpo fatale
un cappio mentale,
inusuale, quasi surreale.
il lamento del mio io
da relegare
a qualcosa che puoi dire
ma non fare.
La domanda è la risposta,
il problema si traveste da assioma:
"Prega e taci!"
urla il tizio che sta a Roma.
"Parli al vento - dice -
per tirare l'acqua del tuo mulino!"
ma il resto lo scriverà il destino
- se esiste -
e poi?
La fine del testo,
rimettersi in sesto
dopo il dolore, le sviste,
la morte e poi l'amore.
©
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L'autore
Saldan
Commenti (1)
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D
DarioC 8519 febbraio 2011
Piacevole, soprattutto per le rime e le assonanze, anche se a volte sembrano un po' troppo insistite, appesantendo il verso, e secondariamente ostacolando un po' la comprensione. Riguardo al contenuto, comunque, aggiungo una breve dicitura che, tuttoggi, si puo' leggere appesa sul muro di una casa presso piazza borsa a Treviso: "dum vivimus, vivamus!".Credo che questa frase possa ulteriormente chiarire il pensiero oraziano.
