Il viaggio
Giuliano Nardelli
51 poesie pubblicate
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"Quant'è bella giovinezza
che si fugge tuttavia!
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c'è certezza." (Lorenzo de' Medici)
Una mano mi scuote dal sonno
poi riemerge e si dilegua.
Io continuo a vagheggiare
di non destarmi tosto.
Rivedo, ritratto di flavo e galoppante ratto,
la sua figura di carrozza fiera
trainata da quattro neri e nobili corsieri
di buona razza, arditi e generosi
con stretta ferma di valenti cocchieri.
Al suo interno intravedo
la nobildonna con la fidente
e lì di fianco un giovinetto
propinquo a un galantuomo austero.
Il trotto avanza, galoppa e s'affretta
tra fuggevoli visioni d'alberi verdoni
ed un balenante sole, che tra
fibrosi cirri si tramuta in fiore.
V'è un aria di alchimia e di timore.
Mia madre con chioma serica e bionda
gli occhi verdi e il naso cesellato
colma di intelligenza e di saggezza
con dignità portava il suo regale incesso.
La dama, di mano musica con sistro,
esperta danzatrice di morésca
gracile, giovine con affilate mani
mai fantesca, era la serva amica.
Bionda ed aggraziata
con pelle luminosa e tersa
ed un carattere gioviale;
e occhi di celeste come dee.
Mio padre invece elegante,
coraggioso e nobile umanista
s'imponeva con sua augusta statura.
Gli occhi erano neri
e la ciocca di capelli color bruno
con fronte assai radiosa
e un volto bronzeo ed ilare.
L'aria calda e l'erba silenziosa
è presàga di irrequieta giornata;
si respira odore di cotogne e di lamponi
diffusi pigramente tra gli ispidi cespugli.
Le genti accorrevano a simile corteo,
pavesato a festa, con riverenza
e in parte un po' curiosa.
Io, ormai dodicenne,
segnato da un ferreo destino
di scelta tra "Cantarella,
bevanda della fine"
o brillante carriera in
optima ierarchia ecclésia
celibe e con voto casto,
rinunciai alla terrena vita
con sacro giuramento,
per indossare il clericale abito
in obbedienza al padre.
E al suo di Lui casato.
Quarantott'ore lunghe e malàgiate
per vie di sei cento e mila passi
da Urbino, nel Palazzo, infino a Roma.
E lì, da ultimo prostràti, poi dimorammo.
Ma trasalii di nuovo per l'ardore
di quella mano greve e fortunosa
che dal sopore lesto mi destò
e resi grazie benedicendolo di cuore.
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L'autore
Giuliano Nardelli
Commenti (1)
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Antonio Biancolillo9 aprile 2011
...e sono di buona razza questi versi di gran casato e fuggevoli visioni di un fiabesco viaggio... d'altri tempi... che ci trasmetti... Molto apprezzata

