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Fantasia 7 marzo 2011 · lettura 3 min · 1742 letture

Il viaggio

Giuliano Nardelli 51 poesie pubblicate
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"Quant'è bella giovinezza che si fugge tuttavia! Chi vuol esser lieto, sia: di doman non c'è certezza." (Lorenzo de' Medici) Una mano mi scuote dal sonno poi riemerge e si dilegua. Io continuo a vagheggiare di non destarmi tosto. Rivedo, ritratto di flavo e galoppante ratto, la sua figura di carrozza fiera trainata da quattro neri e nobili corsieri di buona razza, arditi e generosi con stretta ferma di valenti cocchieri. Al suo interno intravedo la nobildonna con la fidente e lì di fianco un giovinetto propinquo a un galantuomo austero. Il trotto avanza, galoppa e s'affretta tra fuggevoli visioni d'alberi verdoni ed un balenante sole, che tra fibrosi cirri si tramuta in fiore. V'è un aria di alchimia e di timore. Mia madre con chioma serica e bionda gli occhi verdi e il naso cesellato colma di intelligenza e di saggezza con dignità portava il suo regale incesso. La dama, di mano musica con sistro, esperta danzatrice di morésca gracile, giovine con affilate mani mai fantesca, era la serva amica. Bionda ed aggraziata con pelle luminosa e tersa ed un carattere gioviale; e occhi di celeste come dee. Mio padre invece elegante, coraggioso e nobile umanista s'imponeva con sua augusta statura. Gli occhi erano neri e la ciocca di capelli color bruno con fronte assai radiosa e un volto bronzeo ed ilare. L'aria calda e l'erba silenziosa è presàga di irrequieta giornata; si respira odore di cotogne e di lamponi diffusi pigramente tra gli ispidi cespugli. Le genti accorrevano a simile corteo, pavesato a festa, con riverenza e in parte un po' curiosa. Io, ormai dodicenne, segnato da un ferreo destino di scelta tra "Cantarella, bevanda della fine" o brillante carriera in optima ierarchia ecclésia celibe e con voto casto, rinunciai alla terrena vita con sacro giuramento, per indossare il clericale abito in obbedienza al padre. E al suo di Lui casato. Quarantott'ore lunghe e malàgiate per vie di sei cento e mila passi da Urbino, nel Palazzo, infino a Roma. E lì, da ultimo prostràti, poi dimorammo. Ma trasalii di nuovo per l'ardore di quella mano greve e fortunosa che dal sopore lesto mi destò e resi grazie benedicendolo di cuore.
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Sono trascorsi quasi quattro anni da quando la scrissi e mi piace riproporla per il suo contenuto fiabesco e purtroppo, per quei tempi, tanto veritiero. E se dovessi, per un attimo, pensare che tutto ciò potesse accadere oggi e che questo avvenisse così come descritto, ebbene di certo saremmo tutti più dignitosi e rispettosi l'un dell'altro.3 febbraio 2015
L'autore
Giuliano Nardelli
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Commenti (1)

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Antonio Biancolillo9 aprile 2011

...e sono di buona razza questi versi di gran casato e fuggevoli visioni di un fiabesco viaggio... d'altri tempi... che ci trasmetti... Molto apprezzata