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Fiabe 31 maggio 2011 · lettura 3 min · 1818 letture

Il Narciso e la Margherita

Giuliano Nardelli 51 poesie pubblicate
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Un fausto dì, Cefiso dio del fiume, notò Lirìope, candida ninfa, che presiedeva alle sue acque fresche. Quindi la imprigionò nei suoi tentacolari ed ammalianti flutti e la violò immantinènte. Dalla divina Naiade nacque l'adone che in fastigio diventò Narciso ma che perì, ahimè, per ammirarsi amando sua l'immagine svelata a ristagnanti acque. La storia, questa vera, da qui si dilungò ed un Narciso, il fiore, con la corolla bianca si rimirava ancora della sua venustà specchiandosi in una morta gora quando una Margherita, sostando lì nei pressi, si soffermò a squadrarlo. Ed esordì burlandolo d'aver tanta autostima, d'esser poi vanitoso e sufficientemente maldestro nell'amare. "Io sono fortunata ad esser latrice d'un nome assai sì bello che anche una Regina augusta, e quanto basta amata, era tutelatrice e figlia e sposa ed esemplare d'italica madre. Ancor non ho finito: Perché io sono il fiore primièro ad annunciare delle giornate tristi la fine, e l'apertura nuova di quelle dell'amore. Finanche ne ho ben donde: Io incarno l'innocenza eppòi anche il candore e infine esprimo un motto per guadagnare tempo dicendo quasi sempre orbèn: Ci penserò! Peranco son stimata e quinci assai apprezzata per il palato fine per via di quella pasta, sottile e lievitata, condita al pomodoro più olio e mozzarella: basilico una foglia. E tu cosa hai da dire?" "Io fui dalla pietà di Dei cangiato in fiore e contemplandomi in acque chiare potessi rimembrar ai posteri la mia efferata ed empia sorte. Io ero un giovine in piena forma ed Eco la ninfa, invano, amante mia. Io ora simboleggio il desiderio intenso, la vana fatuitàde il gran languor d'amore e la spème fallace. Non ultim l'egoismo. Io sono bello, alto e ridente sono gagliardo e vanto greci avi. Narkissos è il mio nome e il suo concetto o senso è quello di stupore oppur di stordimento, sia per la mia bellezza che per l'odor che emano. Ma tu sei capricciosa, sei frivola e incostante tu non mi vuoi più bene, oppur tu me ne vuoi e con l'ultima foglia hai l'ultima parola. Anch'io ogni primavera sui prati di montagna porto l'amore a tutte e a loro il mio saluto e c'è chi si vuol bene ed io ne ne compiaccio".
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Ripropongo volentieri questa "favola poetica" dopo quasi quattro anni e mezzo, anche perché l'egocentricità e l'individualismo, presente in questi rime, focalizza fortemente quel sentimento che a volte viene meno in soggetti a noi vicini.7 novembre 2015
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Giuliano Nardelli
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