Chiedo venia
E le stelle con i loro occhi profondi guardarono dentro me il sodalizio con le giovani ansie della Primavera celebrata da un imponente arcobaleno
Frutti acerbi si allontanavano rilasciando il loro veleno.
Nel disegno arguto delle mie sublimazioni traccio la linea del confine oltre la quale si esercita la libertà.
Fuochi accesi le memorie peccaminose della mia dignità.
Corro sulle ali dell'albatros a rimirar ciò che me stesso piange e anela.
Un angolo di timida sorte e di gioia dove il sogno impera.
Mistica mutazione l'anima dispone sui boschi fertili dell'incapacità
Una notte insonne premia la solitudine della fertilità.
Poi agogno la quiete fino a rimanere incantato nella stoica apprensione
Il vulnus della mia coscienza è rapito dalla santità della mia prigione.
Un velo copre il mio capo nel giogo della morte.
Chiederò venia a chi mi ingrazia la sorte.
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