Pescatore pesca te stesso!
Pescatore pesca te stesso!
Costiere a fior di vento ci smemorano.
Il cantiere pescivendolo
luccicante di mercanzia
induce all'ultima luce.
E la sera spegne stemmi.
Colori e gonfaloni.
Ciò che non si vede s'intuisce.
Ma niente che perduri l'ombra perde.
E noi che non abbiamo mai toccato il mare
gli occhi riempiamo
di vele e pescherecci,
reti e sartie di ritorno.
Non poco lontano sfrantumano perle
-stesso pimento di ossa e denti-
col martello e la mazza
fino alla polvere di bigiotteria.
In un piattino d'acqua una megera legge il mare.
Io continuo a raccogliere alghe e conchiglie
sulla mia spiaggia
e ne origlio i racconti di fondali sottomarini,
dai silenzi relitti,
irraggiungibili,
refrattari.
Con due valve di cozze
faccio tazze
da cui bevo.
O mare, abissi allo spiedo!
A forma di onde ti scolpisci
nelle inutili conchiglie
defunte sopra assiepi di
sabbia e sale.
Neanche un fiore coltivi,
un segno minuscolo di vita,
sull'arido pezzo di arena
che la terra infine ti cede
alla tua bizza battagliera.
Tu che sapresti creare una siccità da un'inondazione.
Vennero
e mi ruppero la conchiglia grande
che mi faceva sentire il mare.
Poi l'acqua mi ha bevuto.
Di ferite come tatuaggi,
l'anima
-corpulenta amazzone in guerra-,
si fregia,
odorosa di nardo
e di henna a lucertola.
©
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