Mormorano
Questa, una città di molte città
che ha fame di cicogne e d’ospizi,
abitato di frontiera
visibile e nascosta.
Piccoli sorrisi compressi,
appena accennati, trattenuti,
s’incupiscono presto, o grandi risa d’ubriachi, albeggia tardi.
Cerimoniosa gente
dal sospettoso sguardo veneto
chiusa ad ogni apertura
ma puttana con tutti (e questo è un complimento).
Una pancia trafitta
dal chiaro fiume Isonzo,
fresco di gelo verde,
rosso di sangue.
Tutto qui mormora,
finanche le rondini,
gli alberi d’ogni parco,
i balconi in disuso e dietro le persiane.
Mormora la strada
che sale per San Floriano,
le campane della chiesa Sant’Ignazio
e la fontana consumata del Pacassi.
Echeggia il mormorio incessante
di grida, di soldati,
di feriti, di martiri per nulla,
mormorano gli arti disseminati.
E mormorano le nubi grigie
nel pomeriggio goriziano
la sera è giunta
pronto è un carro funebre
privato di cavalli, senza ghirlande
e senza un pianto che l’accompagni
par che tutto sia colpito a morte
ma è perché non c’è nessun amore
e ogni cosa, ogni persona sembra offesa
dietro un’apparente tranquillità.
©
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