La mia non è una poesia

Siamo pacchetti assemblati in una vetrina
da ammirare da lontano,
a scartarlo ogni tanto l'involucro può tagliare;
meglio rivestire di boria
il vuoto degli addobbi,
che in fondo è come con le tombe:
posi un fiore se lo vuoi.
Me ne sto in disparte dal varcare terre occidentali,
non sia mai che
la meccanica degli orologi prenda il sopravvento
- avvisano.
Tra parole casalinghe
e forvianti pronunce
le rose si seppelliscono in giardino
prima ancora
di subire il battezzo dell'alcool delle fiamme.
A che serve rinforzare le finestre
se in mezzo ad ante che sbattono, poi,
ci stai felice?
E me lo perdo il sorriso,
tra nastri e cordini
di un'allegria che non m'appartiene
e contagia.
Sono sorvegli non autorizzati
che procurano lo spalanco
a chi chiede di voltarti
perché ha da muoversi i piedi sulla faccia
che sente essere ancora sua,
nelle reazioni istintive di scambiarsi rotture.
Ancora una volta
il tuo megafono gracchia giudizi
e sento l'impellenza di recitare un l'eterno riposo
in ossequio alla pazienza.
L'uragano silenzioso, io
lo sento;
un dolore maturato
vestirebbe di uomo un germoglio?
Non è mai un tenersi fuori come vorrebbero,
la mancanza insiste.
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L'autore
faccina
Commenti (2)
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Francesco Paolo8 novembre 2011
hai reso bene le sensazioni... con naturalezza spedita e avvolgente...
Emanuele Martina16 novembre 2011
poesia o no, è ben scritta, molto forte e molto piaciuta, complimenti


