Alfine la bocca tua

D’impeto lasciva mi paresti
che d’un tratto mi dimostrai d’impaccio
nel tempo vissuto a carpir la voglia tua
che mi chiese pazza d’assaggiar vessillo.
Di vergogne e pudicizia m’eri apparsa
che a nulla cadea il tuo manto arrossato
quando sul volto ti leggea avviluppato
il servil disagio che gote t’oscurava.
Al fin or vedo al confronto approntarti
se senza nulla proferir mi stendi sul pagliaio
e trepidante guardo le tue rosacee mani
cercar vogliose l’ambito fallo.
Stupito al mio inverso lui lascia lo giaciglio
al par d’eroe d’armi destato da fragore
e inforcato l’arco e scudo da battaglia
in un boccon sparisce tra le tue labbra
gonfie.
©
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L'autore
Gigio60
Qualcuno ha detto che per diventare un poeta, un uomo deve essere innamorato o infelicissimo. Non mi ritengo un poeta, anche se amo donare ai miei sentimenti quel senso di concretezza che una penna o una tastiera possono fermare su di un foglio. Il più delle volte non è sufficiente, perché il limite che ci separa dai
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