L’ultimo viaggio
estro non diede beltà
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Brividi. Sudore innaturale,
il virus nel tessuto cellulare,
la febbre di rinascere, t’assale,
al delirio, non resta ch’emigrare.
Il colore d’Italia negl’occhi,
illumina l’anima disperata,
pulsano nella testa i rintocchi,
l’ora di arrischiare è scoccata.
Dall’Africa, dai sultani, scappare,
sotto il sole aspettare il barcone,
senza paura dell’onda del mare,
coprirsi con un semplice maglione.
Donne, uomini accovacciati,
stretti nel silenzioso brusio,
sono spaventati, i disperati,
chetati dal continuo sciabordio.
Al buio, curvi, addentano panini,
alle luci dell’alba, stralunati,
scoprono la vita nei vicini,
respirano, si sentono rinati.
Di notte, restano ammutoliti,
i bisogni cadenzano le ore.
Di giorno, in un sol uomo uniti,
perdono anche l’ultimo pudore.
L'amaro profumo dei marosi
copre i loro sporchi umori,
avvinghiati nei sobbalzi dolorosi,
vivono i loro carnali tepori.
All'improvviso si alza il vento,
s'imbarca la maligna mareggiata,
s'intravede l'approdo di cemento,
è “Lampedusa”, la terra sognata.
No! Perdio! Non si può attraccare!
Il risucchio dei gorghi l’inabissa,
nel caos non riescono a nuotare,
dal molo qualcuno li fissa.
C’erano nell’isola! Quasi! Riuscite!
Si sbracciano per essere aiutate,
bevono a pieni polmoni, ormai sfinite.
Le forze... il cuore... la vita li ha lasciate.
Entrano in un luogo muto, bianco.
“L’ospedale? Ci hanno salvate?”
Avanzano con i compagni, a fianco,
verso le nuove vite insperate.
©
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L'autore
estro non diede beltà
Se sei bravo puoi scoprire chi sono anagrammando il mio pseudonimo. Se non sei interessato è lo stesso. Un aiutino per chi vuole scoprirlo: L'Europa prega e lavora con sobrietà, mentre Parigi colta e mondana mostra del mio viso l'ambiguità, icona, della geniale creatività italiana.
Commenti (1)
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Francesco Rossi2 aprile 2012
Grande poesia di impatto sociale sui profughi che fuggono dalle loro miserie per raggiungere un paradiso terreno che non c'è.

