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Uomini 20 novembre 2012 · lettura 3 min · 720 letture

Il ballo delle debuttanti

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LorenzoGOV 2 poesie pubblicate
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Venne il vespro, e la contrada di lignaggio, senza freno, l’aspro intento a si preparar ferveva: ratta regina si tempra, dispone, disfà il suo cavaliere, rombante istiga il paggio, esulta la prole foriera asperso il capo, profuma le gote e son allegri i visi ora sul calesse assisi. Con occhi al dì lontano volti miravi al limitare delle stanze, che pria di vagheggiar era oggetto. Gaio e franco l’inceder tuo, pur se solevi con verecondo braccio covrire il maturo sembiante, che a gioco e ad infante diletto affine, ora s’infiora a novella voluttà. Leggera passavi, o vagabonda, e con gusto nuovo in su genti ignote posavi il guardo. Quali speme, quali sogni! Tinsero il tuo volto, giovinetto e purpureo; te rinfocolaro incomprese favelle occulte d’origo, e di mistero il riso in ogni dove intriso. Ed improvviso ardente per etra salparon navicelle, d’armonia incalzante ed inclito suono; cessando ogni parola, fattor d’amore e nunzie, in alma per carne e fremor ch’avvampa avea approdo: non già di vera festa ma di vita nuova il principio. Un soave biancor riluceva sui manti grigi, su dorati monili e capi scolpiti di marmorei avi illustri; lanciavansi usitate dame coi loro duchi, giacché del proprio sangue a destin forgiare furon anele; fanciulle sedeano innocenti, sebben l’agone di beltà femminea ostiche l’avea rese. Tu guardavi: e un dubitar vago in su lo spirto grave. Quale cagion di tanto officio? A che tende sì lungo ed impervio cammino? Perché vivo? Fanciullo sogna e cresce, e niente dimanda. All’imbrunir di primiera etade già s’affaccia e, al paterno desio soggetto, suda sanza trastullo. Ora in erme pianure d’acqua si posa, fra romiti pensier, picciol piscator che canta: con l’antica lunaria sfera, con lo cielo sì lontano e spento, con l’opache lucerne della città che or dorme e tace, va’rievocando la persona sua, inenarrabil corso ad altrui intelletto. “Sovvienmi or la giovanil impronta, vergine ideale ed angoscioso sguardo, caldo raggio fra fronde e lacrimato cader nel buio; perché allor niun risponde, e sol’odo il crepitar del mar che batte? Perché di tanta parte, ad un viver vano e ottuso, perdesi, o mia compagna Luna, di sì estraneo pensier che la vita uccide?” Tal teco ragionavi, tenerella, né il core tremante del principe il sorriso indarno ti molceva. Allungavi l’esile guanto alla mano tesa: più che l’inverar d’ogni tua via, di sè e del mondo l’obliar ti vinse. Chissà se sognavi riposati lidi d’amor
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