Andromeda
L'acqua bagnò le nostre bianche vesti
Sotto la pioggia carica d'attesa
Il giorno in cui addosso mi cadesti
Mai più tra noi ci fu tanta intesa.
Io sibilando: -perché non resti?-
Già abituata alla perpetua resa.
Che stupida: credevo fosse amore
Non il principio d'un fatal errore.
Due anni ci son stata e soffro ancora
Nel buio della stanza mia dorata
Fino a che'l nero sfuma e nasce Aurora
Andromeda innocente e incatenata.
Percuote l'onda e'l viso mi scolora
Nella tempesta tragica e incantata.
-Perseo mio caro vienimi a salvare!-
Non dirmi -ho altro a cui pensare!-
E intanto giaccio qui tra queste onde
Non posso far a meno di pensare
Che il principe adorato non risponde
È arrivato il tempo di scappare
Non resto più su queste rocce immonde
Di certo non starò qui ad invecchiare.
Allora chiudo gli occhi e non mi pento
Di aver abbandonato il mio tormento.
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Commenti (1)
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sergio garbellini1 giugno 2013
Quando l'amore non viene condiviso secondo i propri desideri, nonostante la passione ancora spinga all'ultimo tentativo, allora, dopo il tormento dell'anima scatta nel cuore la resa, e in questi bellissimi versi rimati, viene posta in primo piano la sofferenza di una donna innamorata e delusa allo stesso tempo, una buona descrizione in chiave poetica, che merita senz'altro un commento adeguato e un relativo consenso positivo.