Mi odi, mi ami

Non ho nome... non sono altro che silenzio nel chiasso, eremita fra la gente, agitazione in esame. Non ho età... non sono altro che pochi anni, duro lavoro di mamma, delusione di papà. Non ho viso... non sono altro che vento, stella del cielo, primogenita sperata maschio. Tredicenne che racconta ad un fogli
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Si percepisce un grido, quasi una liberazione; questo urlo poetico emerge dalla interiorità e ne fuoriesce per lanciare un segnale aperto all'universo percettivo dei lettori della poesia.
Poesia egregia maturata nella consapevolezza che chi cammina a fianco forse non è quello che ci si aspettava... crollano le certezze tutto appare confuso nell'eterno labirinto dei sentimenti dove sembrerà strano ma a volte amore e odio vanno di pari passo. I sogni risvegliati rimangono dentro di noi perché fanno comunque parte di quel bagaglio che portiamo dietro nella vita, maturando nel tempo si distinguerà meglio la strada per evitare di quelle cadute o meglio si imparerà ad arginare l'ostacolo... Splendida espressività, in versi pregni di poesia.
Alquanto affilittiva questa proposta esonda i confini della poesia generando una tanto brillante quanto sofferta prosa. Che la sindrome di Stoccolma non sia rara a manifestarsi ahimè ben lo sappiamo, che questa consapevolezza non generi l'autostima che crea la Fenice è cosa assai più triste. Commento questa introspezione vivendo il disagio di leggere al posto di un nome un nik, insinuandomi in punta di piedi all'interno della sofferenza dell'attore raffigurato. Dipoesia qui nulla si legge ma di sentimento esonda questo squisito e dolorante scritto in un susseguirsi contiguo di urla soffocate e di debolezze esposte. Abbraccio l'autrice quanto l'attore e nel farlo porgo loro i miei migliori di un ritorno alla vita

