Passeggiata ad Ortigia

Traslarsi è il piacere
nel modificare visioni
quando tra lasciti e riprese
ove pensi vi sia il vuoto al tuo passaggio
nel nodo di due palazzi
c'è uno spiraglio d'altrove
e un affaccio costiero
che pondera la rigidità degli edifici.
Un po' di sole crolla in una parete
stanco di dar colore
e di acconsentire che le cose
siano riconosciute
attraverso la sua luce.
E quel massiccio che in te si antepone
smorza la volontà di essere continuità e liberazione
con ciò che c'è oltre l'invalicabile architettura:
il mare e l'instabile
dove far rimbalzare i tuoi sassi nevrotici.
Il risucchio e l'ondeggiare nei vortici acquatici
nei rialzi e nelle forme
che l'istante ti concede appena di percepire
nel tuo impersonare dinamismo.
Scivolare sulle circostanze
come l'acqua
fin quando tutto non svanisce
nello scagliarsi sugli scogli
per sentirsi come loro:
incapaci di galleggiare.
Passa la mente rientrando nel grigiore
e tutto si chiude nell'udire il galoppo del tramonto.
Nulla è un rinnovo in cui tu ti possa incarnare
che non sia finzione
finché
superata la via
un vento impregnato di morsi salini e identità
t'investe di respiro
e reintegra la frammentazione di quel essere
distacco dalla vita
tessera di un mosaico
che la calce ormai corrosa
stenta a trattenere nel suo rigore
prima di far ritorno sul sentiero
e il brulicare del viale
con quel suo richiamo all'appello
che richiede presenza
affinché tu possa proseguire
sul vissuto delle strade
ravvisando i resti di un giorno
nei sospiri pacati dei lampioni.
©
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