Indugia l’oscurità
Matilde Marcuzzo
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Donna,
mi ricordo che ti piaceva il mio stato d’inettitudine
dinanzi la stagione di caccia delle infelicità.
Vorrei spedirtelo, è tuo, vorrei lo avessi per ogni evenienza.
Ora, chissà se senti ancora il silenzio?
L’aria qui è ferma, è evaporato il sole.
E’ troppo banale per te? No, e lo sai.
Mi dimentico di dimenticare se mai tu mi avessi cercato,
e straripano in questo letto di pensieri,
le gioie ed il sangue, furiosi contro il lampo ed il tempo.
Stai china sul precipizio degli occhi, ti vedo quasi,
col tuo calice colmo di battiti, e non bevi.
Che aspetti? T’ho detto, sono qua, io sto svanendo.
Poco resta da dire, la notte scende ed ho paura,
tremo sul giaciglio, la luna scoppia e mi impedisce
ancora di morire ma mi danna a questa camera dei supplizi.
Senti la mia voce? Se mi ridestassi,
il cielo potrebbe salutarmi intenso,
e potrei scoprire di aver contemplato ciò la sera prima
della tua partenza, quando, nella stazione della mia
“morta gora”, le visioni del tuo indugiare
erano velate come il mare nell’oscurità.
©
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L'autore
Matilde Marcuzzo
Matilde Marcuzzo nasce nel 1977 a Lamezia terme, in provincia di Catanzaro. Si laurea a Salerno in Lingue e letterature straniere. La scrittura, la cultura di altri popoli e i viaggi, sono sue passioni privilegiate. Ama la lettura e la poesia, predilige scrittori come Garcia Marquez, Neruda, Baudelaire, J. Rhys, Baric
Commenti (1)
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Francesco Rossi22 settembre 2014
Alta scuola in questa composizione dove la poetessa ricostruisce un scenario poetico che si identifica con una spiccata sensibilita'. La chiusa un capolavoro per visione.

